
26 gennaio 2103
Da Forca Canapine a Forca di Presta, Parco Nazionale dei Monti Sibillini
Una giornata che inizia presto, dal venerdì sera per alcuni di noi, io e Arca decidiamo infatti di “fare serata” a Recanati, fermandoci a dormire da Mauro, partiamo da Gubbio verso le 19:00 e per cena siamo lì. Una birretta al pub, quattro risate, due birre e in men che non si dica siamo già a letto, da bravi bambini.
La mattina inizia un po’ di corsa, ci svegliamo in ritardo, strano a dirsi, colazione volante e via per i vicoli di Recanati al rendez vuos con gli amici di Mauro e Lara. Gran rimescolio di bagagli e zaini da una macchina all’altra, carichiamo la Meriva di Mauro fino allo scoppio e partiamo. Ancora non lo sappiamo ma sarà un viaggio rocambolesco, per strada raccogliamo altri pezzi della nostra spedizione, telefonate, conferme, defezioni, alla siamo un bel gruppetto. Ci addentriamo a velocità di curvatura nelle campagne marchigiane, Tolentino, Visso e poi su verso Castelluccio di Norcia… e qui cominciano le beghe!!
Neve, tanta neve fresca, caduta nella notte e accumulata dal vento, appare subito evidente che nonostante il solerte lavoro degli spazzaneve saremo costretti a montare le catene; una sbandata qua, una là, e siamo già fuori dalla macchina a cercar di capire dove sono le catene e soprattutto, come si montano. Naturalmente le catene sono seppellite in fondo al portabagagli, ma una volta recuperate montarle è più semplice e veloce del previsto. Dietro di noi la macchina dei colleghi di Mauro e Lara arranca con fatica, scopriremo poi che non era ben attrezzata per la neve e che probabilmente il pilota, certamente lupo di mare era poco avvezzo al bianco e gelato mondo che ci ospitava.
Raggiunto faticosamente il valico Castelluccio di Norcia e il Pian Piccolo ci appaiono d’incanto tra le nuvole come un luogo fatato, bianche e gelide colline coperte da un manto candido dove a tratti risplende tra le nuvole un sole lucente e spicchi di cielo di un celeste brillante. Saliamo fino a Castelluccio di Norcia, brulicante di vita nonostante gli 8 gradi sotto zero, un pastore maremmano che passeggia con i cuccioli, gente che scia, altri con le racchette da neve, c’è chi fuma, chi mangia, chi chiacchiera; noleggiamo le ciaspole per gli sprovvisti, salutiamo altri colleghi di Mauro che ci aspettavano lì e aspettiamo, aspettiamo gli altri che ci seguivano, che non si vedono arrivare all’orizzonte.
Per ora siamo in perfetto orario per l’incontro con Lorenzo (che dopo una lunga assenza torna a farci compagnia) e la compagine eugubina che ci aspetta già a Forca Canepine. Dopo circa un’ora vediamo arrivare in lontananza la sagoma dell’auto dei nostri compagni di avventura, l’incedere è lento e impacciato, li aspettiamo e poi via alla volta di Forca Canapine attraversando il Pian Grande dove la neve, la nebbia e il sole si divertono a creare scenari mozzafiato degni del polo sud.
Ci sentiamo già arrivati ma.. ancora problemi, non arriviamo mai, mancano due chilometri ma ci vorrà ancora un’ora (come scopriremo poi), dobbiamo incontrare per strada altri amici, convincere gli altri che vale la pena affrontare queste peripezie, convincere chi ci aspetta da due ore a portare pazienza e placare la fame che ci sta aggredendo. Insomma un bel lavoro di diplomazia e di nervi, come al solito quando si organizza qualcosa con molte persone provenienti da luoghi diversi e con diverse attitudini bisogna fare un grosso sforzo di mediazione e di pazienza.
Dopo una mattinata e un viaggio interminabile il rifugio di Forca Canapine ci appare come un miraggio, un’oasi di vita nel bianco deserto circostante, c’è gente che scia, chiacchiera, ride e si diverte, siamo nel posto giusto. Francesco, Lorenzo e Cristina ci aspettano da due ore, facciamo un’ultima conta dei sopravvissuti all’epico viaggio e siamo pronti, o quasi, c’è da vestirsi e prepararsi ma ormai siamo qui e l’euforia sale, in un batter d’occhio siamo già in cammino.
Abbiamo scelto questo facile itinerario in cresta vuoi per la preparazione non omogenea dei partecipanti ma anche perché le abbondanti nevicate dei giorni passati hanno reso instabili i pendii accrescendo di molto il rischio valanghe, a fine giornata apprenderemo che la nostra scelta è stata saggia visto che si sono verificate slavine e piccole valanghe che hanno coinvolto escursionisti e sciatori che si sono avventurati lungo percorsi più difficili.
La neve è compatta e farinosa, i gradi sotto zero sono da 5 a 7 ma non c’è vento e qualche timido raggio di sole ci accompagna lungo gran parte del tragitto facendo un balletto con le nuvole e la nebbia che ogni tanto ci avvolge repentinamente. Raramente si affonda fino al ginocchio, anche senza ciaspole, il cammino procede lungo creste e docili colline, agli scherzi, le risate e qualche foto di rito si alternano disquisizioni filosofiche, politiche e ragionamenti intorno all’amicizia, all’amore e ai massimi sistemi dell’universo.
Nel candore del paesaggio solo le orme di chi ci ha preceduto ci indicano la strada, a tratti le nuvole si addensano, a volte il sole fa capolino in un’atmosfera ovattata, anche i suoni e i nostri schiamazzi sembrano attutiti, smorzati, quasi la natura volesse ricordarci quanto piccoli siamo al suo cospetto.
D’un tratto il sentiero si fa più stretto e ripido e il versante sotto di noi si perde a monte e a valle tra le nuvole, bisogna salire tra le nuvole, tra il vento sferzante, fino alla sella, alcuni pensano di rinunciare, di mangiare qua e poi tornare indietro, ma rompiamo gli indugi e cominciamo a salire, è una faticaccia, l’irto pendio sembra non finire mai ma la visione che ci aspetta in cima ci ripaga di ogni sforzo.
Quassù non c’è vento e i raggi del sole riscaldano i nostri visi congelati, all’orizzonte le cime delle montagne circostanti spuntano candide tra le nuvole, il cielo è di un celeste intenso e il sole ridipinge di colore tutto quel che fino a un momento prima era solo una sfumatura di bianco e grigio. Mangiamo qualcosa e aspettiamo che tutti arrivino e si rifocillino un po’ crogiolandoci al sole come foche sulla banchisa al polo nord.
Poi il sole sparisce e il vento porta nuove nuvole, comincia a essere freddo, non abbiamo raggiunto Forca di Presta ma manca e comunque è ora di tornare, tra qualche ora sarà buio, soddisfatti e appagati dalla vista incantevole e dal lauto pasto ci avviamo verso il ritorno. Percorriamo un tragitto diverso rispetto all’andata ma ugualmente spettacolare, attraversando boschi e colline dove la neve si è accumulata maggiormente e in alcuni brevi tratti si affonda fino alla vita, i faggi ricoperti di candidi e geometrici cristalli di galaverna si sono piegati sotto il peso del gelo e della neve a formare un bianco tunnel in corrispondenza del sentiero.
Come al solito il percorso di ritorno sembra infinitamente più breve e in un batter d’occhio siamo già al rifugio dove, spogliati delle nostre attrezzature, ci concediamo un po’ di relax tra una birra, un dolcetto e quattro chiacchiere distensive.
Un saluto affettuoso, ai compagni di avventura, un augurio di rivedersi e rincontrarsi quanto prima e poi via, ognuno per la sua strada.
Noi riprendiamo la nostra e nella tarda serata siamo a casa, stanchi ma felici di aver vissuto un’altra bella giornata in buona compagnia e in un luogo incantevole.
Mirko Berardi
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