21 ottobre 2023
Grotta del Chiocchio, Castagnacupa, Spoleto (PG)
I.

Dopo averlo rimandato due volte non avrei accettato una terza rinuncia. Così inizio a scrivere qua e là, lanciando sassi nello stagno di gente avvezza a fango, sudore e abissi.
Rispondono Jack da soma, il Poeta e Lord Vorgozzin.
La squadra c’è. Il fondo del Chiocchio come obiettivo.
È venerdì di meriggio, il meteo mette male: vento nubi vento pioggia. Poco importa, noi tanto si va sotto. Bagno le corde e preparo i sacchi, quattro mortadelle farcite d’una media di sessanta metri di corda ciascuna.
Dietro una cortina di nubi il sole s’accascia dietro i Monti Amerini.
La macchina è carica, il morale alto, i dubbi molti…
II.
Sabato la sveglia è ingrata. Punge come sempre la forza di volontà. Fuori ancora buio, complice il cielo uggioso. Non senza fatica esco dal bozzolo delle coperte cercando di non far rumore ché Eleonora accanto dorme serena; mi raggiungerà pochi minuti dopo per un tenero abbraccio di saluto tra gli aromi del caffè.
Tra la moka e la tazza, il buongiorno del Poeta è una imprecazione in vocale x1,5 per possibile ritardo all’appuntamento. Ne suscito empatica invidia rispondendo ch’io ancora son in mutande nella placenta domestica.
Fatte le 7.30 salgo in auto e poco dopo il Duster morde l’asfalto ternano direzione Bar Belli.
Il cielo è plumbeo. Parcheggio di fronte l’ingresso, dentro Jack è già al cappuccino. Col Poeta, puntuale infine, ci si scruta dai finestrini. Si scende”come butta abbombazza daje carichi ci si scambia un saluto di ce semo siamo qui pronti e via”.
Jack sul pezzo aspetta dentro. Dall’angolo del cesso ecco Peppe, massiccio e tosto come sempre, farsi incontro solido e pronto.
Giusto il tempo d’un secondo tamugno tramezzino per poi dritti alle vetture a pressare sacche e zaini da bagaglio.
Siam la crew d’un panzer che tuona il tintinnio di dozzine di placchette e moschettoni.
La strada per il Chiocchio è messa meglio di come ricordavo. I boscaioli l’han sistemata per smacchiare. “Buonanime”, ringraziano gomme e sospensioni.
Con le nubi strapazzate sopra un cielo a tratti azzurro indossiamo lesti le corazze di fasce corde ferraglie e attrezzi. “Quanto pesan ‘sti sacchi?” chiede Jack saggiando uno dei bambini. “Mah, neanche così tanto” risponde il Poeta. Mi tornerà in mente questa massima risalendo il Centenario, col bambino che da almeno tre voragini è mutato in un mostro di zavorra.
Quattro paia d’occhi fanno un check veloce, controllo ultimo prima di partire.
Tutto a posto.
Dritti al fronte verso il Chiocchio.
III.
Tra due chiacchiere a far gruppo ci troviamo all’imbocco. Nero, scuro, buio. Profondo.
Le forme sono ormai familiari, si procede celeri con passi sicuri e precisi.
Alla Cascata Bianca si mette su la corda. Passo avanti e s’incomincia la verticale sinfonia.
Gli speleo d’escursioni precedenti han seguito il protocollo: nel tornare, far su le corde a bambolina per evitare di martoriarle sotto gli infami scrosci dei torrenti sotterranei.
Così, al bordo d’ogni pozzo, m’attacco al traversino e srotolo le corde. Il suono delle funi che precipitano al fondo sferza l’aria, rompe il silenzio davanti a noi.
S’arma veloce. Panino, Alberta, i 3 Novelli, la Conta, il Chiodo.
Non di rado qualche pipistrello sonnecchia beato sulle corde. Attenti e delicati evitiamo, se possibile, di dar uggia e disturbo ma in qualche caso siam costretti a traslocarli dalla corda di passaggio a uno speroncino lì accanto. Ospiti, dopotutto, del loro regno, non vogliamo dar urto. Ancora il periodo è buono, i chirotteri non stanno in letargo, ma so bene che presto questo mondo è da lasciar quieto per rispetto di coloro che nel buio vi dimorano.
Dopo le Rocce Verdi e il meandrino sulle Frane si rifiata un secondo, poi si striscia per il sifone secco.
Di qui, ogni volta, mi sorprende come sembri così poco giunger al grande Centenario mentre invece son continui i salti ed i pertugi ingrati, da far tutti d’un fiato solo fino a quella stretta fenditura che sul baratro s’affaccia.
IV.
Il Salone del Centenario è un’ epica vastità che s’infrange su di te. Ti fagocita nel vuolo.Spiazza con quell’oscurità che si espande all’improvviso dopo un angusto passaggio.
L’abisso vuole che ti ci getti dentro.
L’attacco della libera da 35 metri è esposto. Snodata la corda, ne ascolti il salto nel vuoto per quei decimi di secondo che separano il tonfo lieve del nodo di chiusura sul fondo dell’abisso. Là sotto, lontano…
Fatta la chiave sul discensore ti ci infili di spalle nella fessura. Sei come un sub, pronto a gettarti nell’immensa profondità del vuoto.
Nonostante quel piccolo bagaglio d’esperienza nutro ancora qualche brivido a metter natiche nel vuoto ché quell’istante prima che la corda tiri sull’imbrago è sempre un pepe che ti sale dal buco sbagliato fin sulla gola.
Poi tutto torna e allora si disfa la chiave e si va.
Giù.
Son le 11.27 che Peppe tocca il fondo del Centenario. Dall’entrata ci abbiam messo poco mendo di 2 ore. Quota -300 circa. Ne mancano -160 ancora al fondo.
Siamo carichi, siamo veloci, siamo gasati.
Ci concediamo una piccola sosta.
Jack si gode il salone immenso, è la prima volta che ci mette piede. Peppe ci delizia con le sue perle di vita condite dall’aroma fusion di machismo-nichilismo-humor speleologico. Il Poeta riempie il vuoto di estro ed il solenne Centenario diventa platea di versi che nuotano su piroghe di sapone.
Fan le 12.00. Il tempo è maturo per proseguire. Ora inizia il lavoro serio. La via per il fondo è un pantheon di pozzi.
V.
Il Poeta parte deciso per armare i primi scivoli. 4 fasci luminosi cercan prima i fittonati che “han da esse qui porcazozza” “dove sono?” “mah, qui c’è uno spit, sarà questo” “no ma tanto è tutto resinato, m’han detto così”. Tutto quanto va condito con impreco da fangazza ma qui son sui Social e sto pulito in dialettica come la bufala fresca.
Si trova infine il doppio attacco e si srotola la matassa fino al terrazzino Lalla, la porta del fondo.
“Allegù dai che mo’ tocca a te” m’arringa il Poeta. Del resto, la seconda sacca ce l’ho addosso da parecchio e l’idea di liberarmi del suo peso non dispiace affatto.
Parto dritto sul traverso fino a quel doppio armo a tetto che “porcoboia ma va giù?!”. Paleso, senza vergogna la sorpresa di star appeso su quel tiro da cinquanta dritto dritto verso il nero. Beh! Beh! Suggestivo è a dir poco…oserei dire che da lavoro allo sfintere…adrenalina a pallettoni snocciolo un bolina doppio che saldo ai moschettoni e poi…via giù!
Scendo attento a non perder frazionamenti. Intercetto presto un deviatore, panacea per la corda che schiva lame di maiolica evocate dalle pareti aguzze e verticali del pozzo dei Ciclopi. Uno di questi speroni, in particolare, bella grossa sulla destra, quasi stringe e ti avvolge, ti spinge verso quel buco nero poco sotto, quell’occhio oscuro che pare proprio l’occhio d’un titano.
Non mi torna la verticale, così libera fino in fondo. A 20 metri dal terrazzo faccio chiave e scruto intorno.
Per divina imprecazione, scorgo infine i resinati…più in alto di me. Quella lama sulla destra ne celava gli anelli.
E via così: cambio attrezzi, si risale e poi di nuovo, chiave, longe e moschettone, disfa chiave, rifai chiave, prendi corda, fai bolina “corto corto mi raccomando che poi s’allunga”, chiudi il moschettone poi mezzo giro indietro “che sennò non lo riapri più”, apri il discensore e passa il frazionamento. “Liberaaaa!” grido infine. Un mantra di azioni, movimenti, attenzioni da ripetersi ogni volta. Un kata preciso che ogni speleologo sa che deve seguire per donare un armo in sicurezza al compagno che lo segue e a se stesso che prosegue.
Tocco il fondo dei Ciclopi e aspetto gli altri.
VI.
Dopo il pozzo dei Ciclopi segue quello dello Gnu. Un bel tiro scampanato di 30 quasi tutti in libera. Ci si getta da un masso da scavalcare come un rodeo.
Tiro breve a confronto di quello prima.
Tocco terra che già Peppe è appeso nel collo dell’Anatra.
“Ah questo è il pozzo scivolo finale!” dico al Poeta mentre Lord Vorgozzin scompare nella voragine.
“Si si” risponde Euge “prima abbiamo lanciato un sasso e si sente che rotola”
Il tono è di quelli che sperano che almeno alla fine si scenda con quel poco di impegno in meno che un pozzo da 52 m richiede a risalire…ma è vana speranza, e il rilievo, un inganno per stolti.
Piglio il traverso convinto di vedere il Peppe 60° più in basso…invece è proprio sotto di me, dritto, verticale.
La sua frontale impegna la parete di fronte. Più sotto l’oblio di un abisso che pare senza fine.
Un paio di “libera” seguono il tintinnio dei frazionamenti e mi consentono di tampinare Peppe. Dopo il terzo “libera” tutto tace. M’affaccio, vedo il fondo, lì a qualche decina di metri sotto.
Peppe calca il pavimento di detriti. È l’Armstrong della giornata. Il primo di noi ad aggrottare il suolo del Chiocchio. In pochi istanti scivolo sulla verticale saltellando su quella parete di roccia che è un collage di massi e fango…una pressione di troppo e qua vien giù tutto porcazzozza!
Cerco di ridurre al minimo il contatto e…anche Aldrin tocca il suolo lunare!
Eugenio mi segue. Scende sulla corda con una leggiadria che pare Legolas che fa snowboard sulla proboscide dell’Olifante. Jack sbuffa dall’ombra, ma non ci sta a fare il Michal Collins del gruppo ed in breve scapicolla e tocca terra anche lui.
Ci siamo. Tutti in fondo. Il Fondo del Chiocchio! -460 m di profondità dalla superficie!
Si contempla la Sala dell’Anatra, piccola, quasi accogliente, come un monolocale fresco di acquisto da parte di neolaureato al suo primo impiego di lavoro serio.
Il clima è sereno. Jack sfodera le sue mitiche salsicce secche. Ci si ristora con discreta calma ché son le 14.10, in piena tabella di marcia.
Il selfie con la targhetta e la bandiera della pace è d’obbligo. Viene come viene, ombre, sfocato, occhi chiusi, poco importa! Quel che conta è la meta raggiunta.
Ora non resta che uscire. 460 m più in alto.
VII.
Suona la sveglia. È ora di ripartire. Si fa una botta di conti e un ramino di logistica. Jack parte per primo. “Ci vediamo su” canta il Poeta.
Lo rivedrò solo in cima alla Conta, duecentosettanta metri più in alto ed altrettante imprecazioni più in basso.
Peppe lo segue, io salgo poi. Il Poeta disarma.
Lo attendo al terrazzino alla base dello Gnu.
Ci siam detti di alternarsi nel disarmo.
Così dopo il Poeta, tocca a me quindi al Peppe.
Lesti siamo in cima ai Ciclopi e mi faccio forte del disarmo del Lalla-Barutolo…in un gesto che capisco in breve esser di sano masochismo.
Con due sacchi e un armo infame, quei due scivoli tra massi e rocce son una vera piaga da risalire.
Alle 17.00 emergo fragico al Centenario. Il Poeta m’attende per tirar su uno dei due sacchi da penitenza. Sulla libera da trentacinque sta già salendo Peppe.
VIII.
Di qui in poi l’ascesa diventa mistica.
Al Marcella il Poeta diventa Ermetico.
Alla Conta Jack perde il conto dei pozzi mancanti.
All’Alberta Peppe si fa filosofo. “Ma a quelli che ti dicono che le grotte son tutte uguali, te che je dici?!”
“Eh?”
“Se uno ti dice che le grotte son tutte uguali, te cosa gli rispondi?”
Mi chiede Peppe mentre il Poeta intona sbuffi e canti pagani qualche decina di metri sopra di noi
“Che è un cojone…però…”
“Le grotte son tutte uguali, è buio, son dentro la roccia”
“È vero” ammetto “però dipende da cosa guardi. Se ci vai solo per andarci, son tutte dei buchi neri, ma se vai per conoscere, allora tutte le grotte son diverse. Guarda questa concrezione a doccia” indico a Peppe la bellissima colata del pozzo Alberta “questa, a saperla leggere, ti racconta di come si è formato tutto questo che è un universo! Anche i boschi son tutti uguali, son fatti di alberi e basta…ma se uno sa riconoscere le specie, i fiori, l’età delle piante allora vede che ogni bosco è diverso dall’altro. È la curiosità di chi vede un luogo a renderlo diverso o uguale agli altri”
Peppe grugnisce d’assenso. Più in alto il “libera” del Poeta mi richiama all’ordine della tribolazione.
Quando si risale dal fondo del Chiocchio si perde il conto e la dimensione delle discese. A risalire, dopo, pare non finire mai.
Pozzo, terrazzino, pozzo, meandrino, pozzo, scivolo, pozzo, pozzo.
La sacca pesa ogni passo di più. S’impiglia, s’incastra, s’aggroviglia.
Sudi, sbuffi, soffri.
Si sale senza sosta su quelle corde che non hanni mai capo.
Scorta la luce del compagno, i saluti son invocazioni alle peggio divinità zoomorfe.
Siamo grottesche creature inabili al dialogo che grufolando arrancano sulle verticali sempre più dritte, sempre più lunghe.
Le voragini si riempiono degli empi cachinni di esausta ilarità blasfema. Ruttiamo, scorreggiamo, sbuffiamo.
Un coacervo d’imprecazioni. I pipistrelli ci fluttuano intorno con sorde cablate.
Siamo i quattro angeli dell’Apocalisse ipogea! Olezzo, Disagio, Lerciume e Tribolazione!
La grotta sembra non finire mai!
Ci ricompattiamo alla Cascata Bianca. Gli sguardi sono vuoti di risorse ma pieni di entusiasmo. Manca poco…dimentichi di quei passaggi infami che a farli a salire son sbocco de sangue.
Il Chiocchio ci tossisce fuori come moccoli. Son le 20.00. Undici ore dopo l’ingresso. Ne sembrano passate il doppio.
IX.
Il torpore delle membra stanche è quasi piacevole. Tra le fronde scure della macchia fa capolino un primo quarto di luna.
Siam finiti. Ma siam entusiasti. Tra pacche tra sodali ci si scambia battute banali “mò domani torniamo” “un altro giro?” “andiamo giù, si ma diretti senza corde che famo prima”.
Piano piano, dentro, sboccia quella soddisfazione di aver fatto una vera uscita speleologica. Lunga, tenace, tosta, importante. E come sempre si son presi quei dati che solo lo speleo riesce a cogliere, le note sui pipistrelli in profondità, sulla portata d’acqua fino in fondo all’abisso.
Perché far speleologia non è uno sport ma una costante e continua analisi scientifica.
Tutto a filato liscio. Tutto è andato alla grande! Dai tempi, al materiale, dalle risorse fino al meteo.
È andato tutto alla grande.
X.
Arranchiamo claudicanti lungo il sentiero buio. Di fatto è come se ancora fossimo dentro tanto è scura quella selva nella notte a risalirla.
Ogni passo duole tutto. Le gambe bruciano di centinaia di pedalate. La sacca cadaverica sulla schiena è un macigno degno del Purgatorio.
Una marcia senza fine fino al breccino della sterrata. L’auto è lì. Ora è finita davvero.
La rete non prende, lanciamo messaggi ciechi nella speranza che ad un tratto qualcuno giunga a destinazione. Avvisare sempre quanto d’entra e quando s’esce.
Denudati della fanga c’agghindiamo di magliette e pantaloni. Siam maschere sfinite dall’aspetto semibrado ma almeno non spauriamo qualche incauto viaggiatore che s’incrocia lungo strada.
Fa due gocce proprio ora che saliamo la vettura. “c’è andata proprio di gran culo” penso “manco l’acqua mentre ci cambiamo abbiam preso”.
Gran giornata, siam contenti. Che gran squadra! Complimenti! Jack, il Peppe e il Poeta che da ermetico è tornato gran cantore, si ride si scherza con i le luci dei fanali che interrompono la notte.
Si torna quieti da dove siam venuti, già pensando un nuovo abisso da gustare.
Alessandro Allegrucci

