Voragine Boccanera, Parco del Monte Cucco, Umbria
È il momento in cui stai ritornando alla macchina, stanco, sporco e sudato, che realizzi che come minimo hai due sacchi a testa sulle spalle pieni di corde infangate, e come se non bastasse stai affrontando un lungo e ripido sentiero in salita.
È quello il preciso istante in cui ripenso alla sveglia che suona sul comodino, e maledico il momento in cui ho deciso di alzarmi dal letto, e poi ripenso che le peggio escursioni in grotta, sia per gli obbiettivi, sia per le destinazioni, sia per le condizioni finali, le organizzo sempre con la stessa persona: Tommaso! Una sorta di effetto domino che ci porta ad intraprendere strane escursioni dettate solo dalla nostra follia e autolesionismo che ci alimentiamo a vicenda.
Questa volta l’obiettivo sembrava semplice: Boccanera. Qualche armo, qualche bello scatto fotografico, e via si ritorna a valle per il pomeriggio.
Io, Tommi e Mauro, gli unici rimasti in zona, invece di stare in terra sarda con tutti gli altri.
Sembra tutto facile, Tommaso arriva addirittura con cinque minuti di anticipo, cosa che onestamente mi ha shoccato un poco. In tre, a bordo della macchina più silenziosa del mondo, partiamo alla volta di Pian delle Macinare, con il sorriso sulla faccia, e un bel sole ad illuminare il paesaggio.
Le corde e tutto il materiale d’armo è sparso nel portabagagli, così iniziamo a mettere ordine. Tiriamo fuori una 110 (rigorosamente da 8.5!), poi una 30 perché non si sa mai, poi un’altra 30 perché per arrivare alla Sala del Canto nessuno di noi sa che cavolo di corda ci vuole. Poi ci accorgiamo che esiste anche una macchinona fotografica, con annessi e connessi, tipo un cavalletto che sembra fatto di ghisa!
Belli carichi partiamo, guardandoci ogni tanto come per dire: cavolo quanto stiamo scendendo. Sai al ritorno…
Arriviamo davanti la grotta. Rapida vestizione e via, Tommaso arma il primo tratto, poi via dentro al buchetto del Pozzo Beat, dove Mauro subentra all’armo.
Scattiamo un po di foto, senza avere la minima idea di come sarebbero venute.
Alla base del beat, ci accorgiamo di avere troppa roba addosso, scarichiamo qualcosa e ci infiliamo nella strettoia che prosegue. Operazione non facile considerata la mole di roba che avevamo al seguito.
Affrontiamo vari ambienti in successione con Mauro che apre la strada, tutta roba nuova per me e Tommaso che mai eravamo arrivati laggiù.
Cerchiamo di immortalare qualche scorcio che merita.
Avanziamo e cominciamo a notare una massiccia presenza di fango, prima in forma solida ma abbastanza scivoloso, che mi ricorda molto quello sopra il pozzo Miliani al Cucco poi, una volta che mi ritrovo immerso fino alle ginocchia, capisco che il fango era diventato estremamente molle.
Fatichiamo ad avanzare, e cominciamo ad assomigliare sempre più a delle palle di fango, fino a che ci rendiamo conto che anche l’obiettivo della macchina fotografica è ricoperto da uno spesso strato di acqua e terra: macchina fotografica fuori uso!
Arriviamo alla splendida Sala del Canto, dove non ci resta altro che ammirare la cascata e tutto ciò che si è creato intorno, come laghetti e bellissime concrezioni. Pesino il fango ha assunto delle morfologie particolarmente belle. In un punto si intravedono delle scritte fatte con le dita che sembrano indicare quattro lettere: A-R-C-A. Mah!
Peccato non poter immortalare niente.
La strada del ritorno è ancora più faticosa. Si scivola, ed ogni movimento diventa una comica.
Cerchiamo velocemente di prendere la strada del ritorno, disarmando tutto rapidamente, e via siamo fuori dalla grotta, infangati come le bestie, ma contenti come al solito.
Sembra giorno, ma in realtà è quasi l’ora di cena, quindi con una certa fretta prendiamo la strada di casa, ma il resto lo sapete già.
Marco
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