
21 aprile 2013
Voragine Boccanera, Parco Regionale del Monte Cucco
Incredibile come la previdente programmazione serale si scontri con l’incosciente ottimismo del risveglio.
Ma perché ho messo la sveglia così presto? Cinque minuti ancora… tanto che mi ci vuole? Ci metto un attimo a preparare tutto!!
E’ il prologo di un disastro annunciato, pensare di fare in 20 minuti ciò che richiederebbe almeno un ora è quantomeno folle..
Riacquistato il senno per un istante con un occhio osservo i numerini della sveglia che corrono veloci.. credo di essere già in ritardo, adesso verifico… si sono in ritardo!! Mi vesto, metto quel che trovo, preparo lo zaino, rapida scansione del necessario seguendo un rituale ormai consolidato, una mano nel frigo a cercare qualche cosa di commestibile, borraccia riempita e giù per le scale verso il magazzino.. Corde, moschettoni, placchette, attrezzature tutto “ben riposto” nei sacchi mentre mangio una fetta biscottata che ormai sa un pochino di fango.
Apro lo sportello e butto tutto in auto, un po’ come quando il macchinista getta carbone nella caldaia di un treno a vapore… partirà la macchina? Partita! Grande!! Non sono nemmeno troppo in ritardo, i canonici 10 minuti, e non ho nemmeno dimenticato troppa roba a parte un impermeabile, speriamo che non piova..
Alessio ed Elisa sono già a Scheggia e mentre consumiamo il rituale sacro della colazione, spunta con una pizza in mano Valerio, piacevole sorpresa il suo ritorno dopo una lunga assenza. Un saluto, due chiacchiere, nel frattempo arrivano anche Mauro e Lara affamati e affannati, la compagnia è al completo per oggi, ci raggiunge anche Mirko P. per un saluto, ma ci annuncia che non sarà dei nostri.
Pronti via, si sale a Monte Cucco, oggi saremo veloci, cercheremo di uscire presto, nel tardo pomeriggio potrebbe piovere e qualcuno ha degli impegni, dove si arriva si arriva a una “certa” si torna.
Pian delle Macinare ci accoglie con qualche timido raggio di sole che filtra tra i rami dei secolari faggi all’ombra dei quali si stende un tappeto profumato e colorato di fiori ondeggianti.

Una gelida brezzolina ci tiene compagnia mentre ci cambiamo rendendo più celeri le operazioni di vestizione, sacchi pesantucci in spalla e si và, giù per la discesa a tratti ripida, a tratti piacevole chiacchierando dei bei tempi passati, dei progetti futuri, di natura, amicizia, politica e altre amenità… insomma come al solito non ci facciamo mancare nulla!
Affacciarsi all’ingresso di questa impressionante voragine riporta alla mente immagini in bianco e nero, immagini sbiadite di vecchi pionieri con la giacca e il cappello largo in testa che, con la torcia in mano illuminavano per primi queste oscurità calandosi con robuste corde di canapa. Le loro sensazioni riecheggiano ancora in questi ambienti tenebrosi, la paura, lo stupore, la meraviglia e il rispetto che solo la natura più maestosa e selvaggia sa incutere. Sembra quasi che queste emozioni si conservino nel vuoto maestoso delle grotte così che ognuno che vi ci si avventura le ritrovi sempre lì immutate nei secoli.
Decido di armare io, perché così forse andiamo più veloci, perché voglio lasciare il tempo agli altri di godersi la discesa, perché mi va.. Conosco e riconosco ogni cm di questa grotta tante volte percorsa, ma ogni volta scopro qualcosa di nuovo, inoltre non sono mai stato alla Sala del Canto, estrema diramazione esplorata di questa cavità, so che c’è uno scivolo, molto fango e una bella cascata nella sala terminale il cui eco sembra ne abbia ispirato il nome.
In fondo al Beat aspetto gli altri, attesa peraltro breve perché sono diventati tutti velocissimi, è prestissimo, non sono nemmeno le una, quindi nel frattempo provo a infilarmi nella strettoia che scende verso la Sala del Canto, non mi ricordo come và dal rilievo quindi procedo cauto e titubante seguendo le “strisciate di fango” e le impronte che trovo a terra.
Qualcuno una volta mi disse che non serviva l’attrezzatura per l’ultimo tratto, che c’era solo uno scivolo fangoso che con un po’ di attenzione si faceva anche senza corda, così abbandono l’imbraco lungo il tragitto per riuscire a strisciare meglio portando con me solo un cordino e un moschettone (che non si sa mai), cosa che anche gli altri seguendo il mio esempio fanno, sbagliando..
Arrivato sopra un piccolo saltino trovo una corda infangatissima e scivolosissima, scendo alla “Piaz”, scendere non è stato complicato, con un po’ di attenzione, ma salire? Non è banale, non per la salita in se ma per la scivolosità, meglio essere prudenti, Mauro torna a prendere gli attrezzi e scendono anche Alessio e Valerio, gli altri un pochino infreddoliti tornano indietro, per alcuni oggi era il primo assaggio di strettoie, una cosa alla volta, per oggi può bastare.
Noi andiamo avanti, con prudenza, per ora non sembra ne valga un gran che la pena, fango fino alle caviglie, acqua, scivoloso da morire, gallerie di modeste dimensioni e un colore omogeneo… marrone.
Il fragore che si avverte in lontananza ci fa ben sperare, dapprima un gorgoglio timido, poi lo scroscio di una cascatella; il paesaggio intorno a noi muta ad ogni passo e il fango della consistenza della nutella lascia il posto a rocce bianchissime, piccoli laghetti smeraldini alimentati da un rivolo d’acqua impetuoso, il suono delle cascatelle che scendono da ogni lato ci spingono a scendere sempre di più e poi a risalire fino ad una imponente cascata che sgorga dal soffitto di una sala in cui le nostre esclamazioni di meraviglia riecheggiano, uno spettacolo, non credo che nelle altre stagioni ci sia così tanta acqua, la grotta finisce qui, almeno per ora, siamo alla Sala del Canto.
In tutto questo l’unica cosa che mi sono trascinato dietro è la mia macchina fotografica la cui custodia è però ormai una palla omogenea di fango, provo a fare due foto, è doveroso, ma il risultato non è quello sperato, la fretta e l’illuminazione scarsa difficilmente garantiscono risultati pregevoli, ma va bene, è comunque un ricordo..
Cominciamo ad uscire annaspando a passo di leopardo su per le scivolosissime condotte, le tute bagnate e infangate e i 5 cm di fango sotto le scarpe non garantiscono una presa sicura e tantomeno le mani visto che con i guanti a fatica si riescono a staccare le dita appiccicata dalla melma. Faticoso… ma divertente!
Risaliamo su per il saltino con non troppa difficoltà e poi su per la strettoia.. in fondo al Beat ci attende Mauro, la ragazze stanno già risalendo, sale Valerio, Alessio e poi io, Mauro disarma tutto, tanto per tenersi in esercizio, io lo aspetto di tanto in tanto per aiutarlo a recuperare le corde e portare i sacchi.
Sgusciamo fuori dal buchino in cima al Beat, fuori ancora splende il sole, siamo in perfetto orario, sono le 15:30, dal finestrone illuminato in alto oltre l’enorme voragine si odono voci e grandi risate senza sosta che ci tengono compagnia per l’ultimo tratto.

Pochi minuti e siamo fuori anche noi, mangiamo, ci cambiamo, c’è chi fuma, c’è chi ride ancora, qualche battuta, qualche sfottò, una foto di gruppo che ci sta sempre bene e rimesso tutto ordinato nei sacchi si sale.. sono le 16:00 siamo in perfetto orario.
La salita è tosta come sempre con questi sacchi sulle spalle pieni di corde e attrezzi bagnati e infangati che pesano come macigni, tutto sommato però saliamo spediti, il tempo si sta guastando e forse più tardi pioverà, oggi siamo stati davvero bravi, tutto liscio, tutto come nelle previsioni e siamo arrivati anche oltre la meta che ci eravamo prefissi.
Questa soddisfazione potrà sembrare fuori luogo per un traguardo tutto sommato modesto, ma l’armonia, l’allegria che si respirano stando insieme a questo gruppo di amici non ha prezzo; oggi mi sono divertito molto visitando luoghi a me ancora sconosciuti e che desideravo vedere da tempo, e poi intorno a me ho persone stupende con le quali condividere tante belle esperienze e la passione per il mondo sotterraneo.
Al parcheggio la solita arietta gelida ci incita a rientrare nei nostri abiti civili, breve tappa lungo la via del ritorno per lavarci mani e viso ad una fontana, altrimenti sembriamo dei pellerossa sul sentiero di guerra.
Arrivati a Scheggia Alessio ed Elisa ci salutano, noi proseguiamo il tragitto verso Fossato di Vico dove altri amici ci attendono per l’inaugurazione del loro negozio di articoli da montagna, grossa scorpacciata al buffet, qualcosa da bere, ancora chiacchiere, risate, incontri graditi con altri amici speleologi umbri e poi tutti a casa.
Questa sera mi aspetta un lavoro bestiale, se non lavo immediatamente via il fango da tutta l’attrezzatura una volta solidificato sarà impossibile, e così mentre la notte cala sotto il getto dell’acqua e la luce del casco tutto riconquista il suo colore, dai blocchi di melma ricompaiono piastrine, moschettoni, croll, maniglia e via via tutto riprende il suo aspetto primitivo.
E’ fatta tutto è tornato al suo posto, anche più pulito di prima, che bella giornata.. non vedo l’ora di ripartire per un’altra piccola o grande nuova avventura, ma per stasera penso che mi accontenterò del divano.. per stasera!
Mirko Berardi

