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Nel ventre del Cucco

P106015211-12-13 aprile 2014

Gubbio (PG)

Quando le grotte uniscono… Questo è un racconto di amicizia e di grotta voluta dal caso, tra speleo di regioni diverse, lontane 600km, animata dalla voglia di condividere insieme le emozioni che il nostro amato mondo ipogeo ci regala.

Ore 12  alla grotta del trullo di Putignano (un bel posto per iniziare un viaggio)  prende vita il viaggio per i due gruppi speleo pugliesi (il GGG e il GRC), con negli occhi l’entusiasmo ed il luccichio generati dal pensiero della nuova avventura, con sacchi a pelo e zaini essenziali (quasi tutti… c’è chi si è portata la Bouilotte, pigiama e kit doccia) e da buoni speleo sempre tanta roba da mangiare.

Evviva finalmente si parte, direzione Gubbio. Il sogno comincia a diventare realtà. Un lungo viaggio il nostro tra chi dorme e chi stona canzoni anni 60.

Finalmente arriviamo a destinazione. Ad accoglierci i mitici Mirko e Arca del gruppo speleo Buio Verticale che da quel momento saranno i nostri compagni  di viaggio tra risa fuoco grotta e nu poc di vino e Santoreggia. È subito sintonia.

Grazie amici a me cari per la vostra ospitalità, per l allegria che ci avete regalato… grazie di cuore per averci condotto per i pozzi, tra traversi e pozze d’acqua, nei saloni talmente immensi che l’occhio si perde e l’uomo diventa piccolo dinnanzi a tanta maestosità… grazie per avere reso unica e magica questa esperienza… grazie per averci regalato un sogno… e un grazie speciale a Giorgio per averci coccolato con gelato e fragole… a presto.

Macha Ivone

P1060110Un’altra salsiccia? Ma si, va… perché no? Ho un vero e proprio buco nella pancia che mangerei un intero porcello… mi accontenterei persino del mio amico Pasquale che mi siede sornione dinanzi e continua a fregarmi le salsicce dal piatto, anche se mezze smozzicate.

La cena al Rifugio della sezione CAI di Gubbio di cui siamo ospiti è a dir poco ottima ma lo è ancor di più l’atmosfera che si respira. Mentre una fiamma generosa divora la legna nel caminetto, amici vecchi e nuovi riguadagnano energie dopo una delle più belle esplorazioni che io abbia mai vissuto.

Sono stanco, lo ammetto, ma di quella stanchezza buona, sana, che solo le grotte sanno darti. Siamo in parecchi attorno a questo tavolo, e mentre benedico il calore del rifugio, le risate e persino il legno della panca che ho sotto le chiappe, Mirko Berardi continua a rigirare la brace su cui cuoce la carne e il buon Stefano Arcangeli, per gli amici Arca, tra un racconto e l’altro, non da tempo ai bicchieri di restar vuoti.

Non capita spesso di trovare istantaneamente complicità e sinergia con delle persone appena conosciute e di certo la speleologia mi ha portato a valutare gli uomini attraverso chiavi di lettura che vanno oltre i normali parametri… ma questo insolito duo di compagnoni Umbri è capace all’istante di farci sentire a casa, sia sopra che sotto la superficie terrestre. Saranno si e no le 11 di sera e l’atmosfera conviviale, il ricordo ancora fresco dell’ esplorazione e tutto il contesto mi fa quasi pensare a questi due come una moderna versione di Robin Hood e Little John… solo un po’ più speleo.

Avevo sentito parlare spesso del Monte Cucco e del tesoro ipogeo che custodisce dentro se stesso e finalmente avevo avuto l’occasione di esplorarlo, sebbene in minima parte. C’eravamo mossi di prima mattina e una volta abbandonata la zona di Gubbio, ci eravamo spinti verso Costacciaro fino più in quota, alla pendici del monte stesso. Per una volta non ero io a guidare e avevo potuto godermi il panorama umbro delle case e delle campagne che scivolavano veloci oltre i finestrini dell’auto finché non giungemmo nel punto in cui mollare le auto per cominciare l’avvicinamento. Dal principio  non ero nemmeno riuscito a scorgere la montagna avvolta come era dalle nuvole, ma una volta in quota, lungo il sentiero, riuscii ad aver ben chiaro di come era fatta la valle.

Entrammo dall’ingresso est a oltre 1300 metri di altitudine, corredato di una vistosa balaustra d’acciaio sulla quale poter procedere alla vestizione e alla sistemazione dell’equipaggiamento. La vista era magnifica. Assoluta.

L’accesso alla grotta è attrezzato con una ripida e stretta scala che scende per il primo pozzo di 27 metri. Non fu facile trascinare il mio grosso zaino su quel metallo  appena sufficientemente largo per metterci un piede, ma il peggio, mi dissero, lo avrebbe dato diverse ore dopo in fase di risalita.

L’intero viaggio in quell’immensa profondità si rivelò un enorme sorpresa… enorme nel vero senso del termine. I pozzi in cui procedemmo, i traversi, le piccole gallerie allagate, ognuno degli elementi della grotta, meritò tutta la mia attenzione… attenzione e cura che venivano puntualmente ricompensate dalla bellezza contro cui balenava il raggio della mia torcia. Quella del Monte Cucco non era una grotta come tutte le altre. Piu’ di una volta mi sembrò di strisciare e arrampicarmi all’interno di un essere mastodontico che ci stava concedendo di gironzolare tra le sue viscere. Si respirava un’atmosfera strana, vitale… come se la montagna stessa trattenesse il respiro e avesse un fremito ad ogni frazionamento… ad ogni repentina calata su corda. Mi piaceva restare nelle retrovie e spegnere di tanto in tanto ogni luce, solo così riuscivo a percepire la profondità delle grotte. A mio avviso, soltanto in quella veste di ombre enormi e antichi giochi di chiaroscuri si possono captare l’essenza e la tridimensionalità di una cavità.

Procedemmo con molta calma, ma le lunghe attese in cima ora a questo ora a quell’altro pozzo, non mi stancarono mai potendo scambiare sempre quattro chiacchiere con il buon Arca che a volte sembrava essere scomparso ma che invece aveva solo spento la lampada frontale. Più di una volta mi parve vi averlo perduto, ma subito dopo l’oscurità tornava a parlarmi con la sua voce. Non facevo in tempo a chiedermi dove diavolo fosse che compariva di botto accendendo la sua lampada, sempre in posti diversi da quelli su cui la mia mente avrebbe scommesso di trovarlo. “Dove cavolo eri finito?” gli chiesi una volta, divertito da quel suo dono da ninja bischero: ” qui… mi sono fatto una mezz’oretta di sonno” aveva risposto come se fosse la cosa più normale del mondo.

P1060132-2Procedemmo lungo il pozzo Perugia,  il Terni, la Galleria dei Barbari e infine l’interminabile e fangosa Burella… ma la vera epifania la ebbi tra i saliscendi del Baratro quando di fronte a me si aprì quell’enorme vuoto che  a sua volta precipitava nel salone Saracco di cui mi fu praticamente impossibile scorgere in fondo ad esclusione di un enorme spuntone roccioso.

Era una grotta varia e articolata quella che mi si stava svelando sotto gli occhi, nella quale ci si sarebbe potuti perdere. Fu quasi magico percepire la grandezza di quel pozzo  osservando la progressione delle luci lontane di chi procedeva prima di me in cordata.

Mi tornarono in mente gli innumerevoli testi e storie di esplorazioni lette negli ultimi anni ma dubbi e distrazioni andavano tenuti separati dal contesto delle emozioni di stupore ed eccitamento per l’avventura. Farsi male poteva essere davvero un gioco da ragazzi in quel luogo.

Maledii spesso la  stanchezza accumulata nei giorni prima, li fuori… in superficie, nella vita vera, le mani fredde e le corde rese scivolose dal fango, ma era il prezzo da pagare per il privilegio di essere lì.

Contai due lapidi, nel buio.

Fantasticai brevemente sulle cause di quelle morti, ma non volli chiedere i come e i perché.

Mi sembrò invadente.

Fu una in particolare a colpirmi. Si trovava poco oltre il campo base del salone Canin, all’imbocco dei nuovi rami in cui si stava lavorando con i perugini. Era piccola, bianca, con un disegno plastificato attaccato a uno degli anelli che la vincolava alla pietra. Avvertii un nodo in gola. Le montagne erano diventate negli anni un rifugio. Una meta verticale che imponeva forza d’animo e capacità decisionale per superare quei limiti che la vita nel mondo civile e la nostra mente si divertivano a porre sulla nostra strada. Le montagne erano una redenzione così come il loro ventre buio e segreto. Una prova di forza, di coraggio, a volte di follia… ma sopratutto un rifugio in cui dimenticare le ansie, le promesse tradite, le brutture del mondo. Almeno fino a quel momento. Rimasi in silenzio come solo si può fare quando una qualche verità ti colpisce in piena faccia.

687678689Il ritorno in superficie fu come un sogno. Intanto avevo perso quasi tutti i miei compagni dell’andata e mi ritrovai, come spesso accadeva, a far coppia con Pasquale. Poi, dopo la Burella, persi anche lui. Lo ritrovai solo poco prima del Pozzo Perugia assieme  a Mirko e Arca. Era la prima volta che mi ritrovavo in una grotta che prevedesse così tante vie… così tante opzioni. Tornai indietro attraverso i rami allagati in compagnia di Tommaso Innocenzi armato di macchina fotografica, potenti lampade frontali e un sadismo creativo che lo spingeva alla ricerca dello scatto perfetto. Per un attimo mi sembrò che stessero giocando a una specie di un due tre stella in verticale.

Mi cambiai e una volta saliti tutti i 102 odiati gradini di acciaio, tornai a respirare l’aria della notte. Quando si tornava su, si tirava sempre una specie di sospiro di sollievo ma in quello stesso momento iniziava il conto alla rovescia verso l’inizio di quel “mal di superficie” che ci avrebbe portati nuovamente  nelle viscere della terra.

Riuscii  a distinguere in lontananza la brillante Fabriano. Fui come risollevato per essere ancora lontano dalla civiltà. La pioggia era caduta da poco, ma la luce della luna piena mi permise di spegnere la lampada e procedere a passi sicuri verso le auto.

Nell’aria soltanto il rumore dei miei scarponi… mentre ogni fibra del mio corpo pregustava una cena a base di salsicce.

Claudio Ciraci

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