24/26 febbraio 2023
Costacciaro (PG)
Corso verifica Istruttori Sezionali di Speleologia
I fogli del quiz a risposta multipla sono sul tavolo, davanti ai miei occhi. Leggo domande di tecnica, biologia, rilievo, speleogenesi e di tutte le materie che orbitano intorno al mondo della speleologia. Molte risposte mi vengono quasi automatiche, altre necessitano di un po’ più di riflessione.
Cerco nella testa, riempita in questi ultimi mesi di nomi, teorie e nozioni, quel che mi serve per rispondere. Trovo o penso di aver trovato, metto crocette, leggo e rileggo. Mi dico basta e consegno. Quel che sarà, sarà.
Siamo nella sala dell’Ostello di Costacciaro, dove undici speleologi umbri si cimentano all’esame per diventare istruttori sezionali. Undici teste piene di pipistrelli, fix, bussole e clinometri, sacchi, corde, fattori di caduta, moschettoni, calcare, speleotemi, grotte, tubi di vento e troglobi. Undici anime tese che provengono da tutta l’Umbria: Gubbio, Perugia, Città di Castello, Gualdo, Spoleto e Terni. Per Buio Verticale siamo in tre, tutti per uno uno per tutti, io, Mattia e Diego.
Nell’attesa snervante della correzione dei compiti, il mio pensiero va al quadernetto giallo degli appunti che per settimane ha vissuto nella mia borsa, in un continuo peregrinare tra casa e lavoro, in attesa dell’ora d’aria. Spero che Il mio bignami della speleologia, che veniva liberato e sfogliato non appena avevo un attimo di tempo libero, abbia fatto bene il suo lavoro.
Sembrerebbe di si, visto che questa prova è superata.
Non c’è tempo per festeggiare perché inizia la seconda prova: la simulazione di una lezione per un corso. Noi tre carichiamo le presentazioni nel computer di Mattia e diamo inizio alle danze.
Mattia ci trascina nel mondo del rilievo tra capisaldi e mappe. Si siede davanti al tavolo dove è appoggiato il proiettore e con fare calmo e sicuro ci rende partecipi dell’importanza del riportare le dimensioni, la forma e la posizione della grotta su carta.
Io espongo la seconda presentazione: in piedi dietro al tavolo, cercando di coinvolgere il più possibile il pubblico, parlo di biospeleologia. Sul muro si susseguono gli animali di grotta, dalla mia bocca le parole fluiscono, tutto va per il meglio.
Dopo di me presenta Diego con la storia della speleologia. un bel viaggio nel tempo, dalle grotte rifugio per i neanderthal alle esplorazioni del Cucco. E di seguito gli altri, Marta con la speleogenesi, Massimo che ci incanta con dei campioni di roccia presi tra la Calabria e le Alpi, Federica che ci dice come vestirci in grotta e così via.
Finite le lezioni ci riuniamo per una breve prova orale collettiva dove gli istruttori ci tempestano di domande fino a quando Andrea non rompe le righe annunciando il programma dell’indomani.
Il primo livello è stato superato, domani è il turno della palestra all’aperto, con l’armo, le manovre e il mostro finale: il soccorso uomo a uomo.
Secondo giorno
Sono in macchina con Mattia e Diego, verso la palestra di Assisi e penso alla giornata che mi aspetta. Tra una chiacchiera e l’altra, non appena cala il silenzio, mi si insinuano nella mente i passaggi di ogni manovra: metti il cordino, tirati su, togli la maniglia, prima il bloccante ventrale, poi il mobile, vai a carico sul discensore. Tutti i passaggi mi si ingarbugliano in un’unica matassa, come un blog di pensiero che mi occupa tutta la mente, ma che non ha nessun significato utile. Lascio questa palla di inutilità ferma lì e riaggancio la mia attenzione alla conversazione fino all’arrivo.
Il punto di ritrovo è un bar vicino ad Assisi e vicino alla falesia di arrampicata che vogliamo utilizzare come palestra per questa ulteriore prova di esame.

La falesia si presenta come un abside scavato nella roccia, che prosegue a destra in un bel muro, sfruttabile per un traverso.
Noi tre seguiamo Mauro e Felice per armare il piccolo anfiteatro, salendo sul sentiero che costeggia la parete laterale e ritornando indietro sulla cima della falesia.
Formiamo due coppie, io e Diego, Mattia e Federica.
Ahimè, l’armo che ci viene assegnato non è per niente semplice, perché il traverso deve costeggiare il bordo del pozzo per due metri, in modo da raggiungere l’attacco sicuro di un albero sporgente nel vuoto. Inoltre abbiamo a disposizione due alberi mal assortiti per armare il traverso. Guardo alle mie spalle e vedo invidiosa la comoda fila di alberi su cui gli altri potranno costruire il loro traverso.
Il pozzo mi sembrava diviso in due, da una parte gli armatori felici, che fischiettavano insieme agli uccelletti del bosco, mentre intrecciavano nodi come ghirlande di fiori; dall’altra noi, nelle miniere di Moria a martellare fix, ricoperti da un impasto di polvere di calcare e sudore. Un pezzo alla volta, arriviamo al famoso albero che Diego circonda con un cordino per chiudere il traverso. Gli do il cambio, arrivo e creo la partenza, da cui scendo. Poi tocca di nuovo a Diego che crea un frazionamento e finalmente l’armo del giorno è fatto.
Vado al mio sacco per godermi una meritata pausa panino, ma gli istruttori ci chiamano al dovere, perché è’ giunta l’ora del soccorso uomo a uomo.
Si narra di aspiranti istruttori rimasti appesi per intere mezz’ore, ostaggi di cordini, maniglie e longe, cercando di salvare qualcuno che fino a poco tempo prima stava benissimo. Si narra che l’incubo del soccorso uomo ad uomo abbia perseguitato generazioni di speleologi, perturbando il loro sonno.
Scruto gli aspiranti uno ad uno cercando qualcuno che potesse pesare quanto me. Mi cade l’occhio su Martina che obbligo ad appendersi alla corda. Vado su, la raggiungo, mi assicuro alla sua longe, sposto attrezzi, aggiungo cordini, innesco il pendolo. faccio tutto alla perfezione, ma quando mi alzo sul pedale per togliere il cordino dal mio bloccante ventrale, lui testardo, rimane li. Mi rialzo sul pedale, ancora lì, attaccato al croll come una cozza allo scoglio. Non mi dispero (anche se in fondo vorrei): piede nel pedale, mi tiro su e apostrofando il cordino malamente e in pugliese lo strattono a destra e sinistra, fino a che la camma si apre, salvando la povera Martina dalla tortura a cui la stavo sottoponendo.
Corro al cellulare per avvisare Mirko e Claudio dell’impresa riuscita, mi assicuro che anche i miei amici hanno fatto bene, poi mi fiondo a disarmare la prima corda che mi si para davanti agli occhi. Anche oggi è finita.
Terzo giorno
I tre moschettieri sono di nuovo in viaggio sul fido metallico destriero, carico di sacchi con corde ed altre speleologiche diavolerie. Alla guida il prode Mattia, Diego al suo fianco e io dietro, assonnata e stanca, colpita ed affondata dai due giorni appena trascorsi.
Al Bar del Cacciatore di Cesi ci attendono i nostri esaminatori, Carlo, Felice e Alessandro, con due ospiti d’eccezione: Manuel e Katia.
Fuori piove a dirotto. Non vedo l’ora di entrare e vedere la famosa grotta GIS, un buchetto nell’anfiteatro di una cava, che nasconde molteplici tesori ipogenici. La grotta è stata strappata alla furia delle mine, evitandone la completa distruzione, tanto che se si osserva all’esterno, alla destra dell’ingresso, si vede chiaramente il bassorilievo di una galleria, di cui purtroppo è rimasta solo la sezione.
Entriamo in fretta, per sfuggire alla pioggia battente e raggiungiamo, dopo facili strettoie, una saletta, dove possiamo mettere l’imbrago ed iniziare il nostro armo.
Alla fine della sala c’è una fenditura, da cui mi affaccio per vedere il pozzo successivo, mentre un vento molto forte mi ghiaccia il collo.
Inizio ad armare un traverso. Sono molto tesa. E’ una grotta che non conosco e l’armo è tutto sul naturale. Significa che ad ogni frazionamento è prevista una ricerca di clessidre, stalagmiti o qualsiasi cosa che si possa circondare con un cordino; significa che la mia già altalenante concentrazione è sottoposta a dura prova. Per fortuna dalla fenditura ho due angeli custodi, Manuel e Katia, che nonostante i rimproveri degli istruttori, come due vigili urbani ipogei fanno strani balletti e mi indicano quel che non vedo.
Il pozzo finisce in un ampia sala tagliata da uno specchio di faglia. Seguendolo sulla destra si raggiunge un’altra sala, il cui soffitto è tempestato di cannule e il pavimento di stalagmiti, alte e sottili. Ci fermiamo per una pausa, mentre Carlo scatta un paio di foto.

Ripartiamo verso una galleria che è in realtà una grande frana e ci fermiamo prima di uno scivolo che porta ad una calata di pochi metri.
Anche qui è tutto da armare. Inizio io martellando qua e là la roccia cercando disperatamente un punto per mettere un fix e fare un doppio su un naturale. Finalmente la roccia mi risponde con un bel suono squillante, quindi prendo il trapano, buco, soffio e martello il fix. Scende Diego con la corda, per creare il traverso e poi io per armare il pozzo.
Felice nel frattempo scalpita, perchè secondo gli accordi con le altre squadre dislocate una al Chiocchio e una ai Pozzi della Piana, dobbiamo uscire dalla grotta entro le quattro.
Carlo convince Felice a mostrarci la sala del Panettone, perchè alla GIS noi di Gubbio è difficile che ci ritorneremo a breve.
Katia ci fa da guida, insieme ad Alessandro. Arriviamo in un salone circolare che si sviluppa in altezza con una volta tipicamente ipogenica. Insomma, un enorme panettone di roccia i cui canditi sono le miriadi di concrezioni che l’acqua ha modellato, su una tavolozza dai colori caldi della calcite e della ruggine. Siamo estasiati, ma non possiamo trattenerci troppo.
Ritorniamo verso l’uscita disarmando e rispondendo alle ultime domande degli istruttori. una volta usciti ci disponiamo all’esterno della grotta per una foto di gruppo. Si sente il click dello scatto e le nostre facce si distendono in un sorriso: l’esame è appena finto.

Ci riuniamo a Massa Martana, dove ci aspetta un aperitivo prima del giudizio finale. I titolati si riuniscono, mentre noi ci disponiamo con le sedie in cerchio nella stanza come una seduta degli alcolisti anonimi: sono Pina Potena ed è mezz’ora che non tocco una corda. Siamo tutti in apprensione, questa attesa è una tortura.
Dopo un tempo infinito la porta si apre e gli istruttori entrano. Andrea si unisce cerchio e prende la parola: siamo tutti promossi, chi a pieni voti, chi con qualche riserva.
Siamo istruttori: tutti per uno, uno per tutti.
Epilogo
La macchina viaggia sulla strada che mi porterà al lavoro e i miei pensieri rimangono, dopo due mesi, fermi sul volante, invece di saltare tra manovre e fauna ipogea.
Sento quasi un senso di nostalgia della routine pre-esame. Mi mancheranno i martedì in palestra a cercare di salvare Claudio, le domeniche in grotta con Mirko ad armare. Mi mancherà il quaderno giallo, le immagini di chirotteri sulla mia presentazione e le pause pranzo passate a leggere e rileggere le nozioni di tecnica.
Mi mancheranno tante cose, perchè nonostante lo stress, la stanchezza e la focalizzazione esclusiva sull’obiettivo esame ISS, questa è stata un’esperienza unica, che ha rafforzato sia la mia amicizia con i miei compagni di avventura sia le mie conoscenze speleologiche. Un bel percorso, con una meta che ricercavo da diverso tempo. Bello per lo stesso motivo che diceva De Andrè: “Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”.
Pina

