
3-4-5 maggio 2013
Grotta di Cittareale, Valle San Rufo, Cittareale (RI)
Credo abbiamo impiegato più di quattro ore (soste porchetta e birre comprese) passando per Sellano, Cerreto di Spoleto e, per non farci mancare nulla (complice un’indicazione non esattissima) facendo il giro largo per Monteleone di Spoleto e Leonessa. Ma l’obbiettivo era proprio questo, relax assoluto da weekend e turismo spensierato in questo lembo di terra verdissimo tra Umbria, Lazio e Marche.
Nel Land Rover di Arca, con Giorgio e Mirko, siamo in quattro, mentre Elisa e Marco ci aspettano già al campo.
Arriviamo quando gli ultimi arrivati del venerdì stanno sistemando le tende, il prato è verde e fangoso, con alberi qua e là, e si stende leggermente in discesa sul lato sinistro del fiume Velino, che in quella valle è ancora poco più che un ruscello. Scendiamo e, dopo esserci vestiti con la velocità di Superman, con la stessa velocità piazziamo le tende.
C’è stato un brusco abbassamento di temperatura e il cielo coperto promette pioggia a brevissimo. Scendiamo poco sotto, dove è stato montato il tendone per la cena e fatto il fuoco, ci viene incontro Giorgio Flati, con la sua aria da fachiro buono, e ci indica dove si apre l’ingresso della grotta, più in alto a mezza costa sul lato della valle, verso il limitare del bosco.

E’ quasi ora di cena e salutiamo chi già si avvicina per mangiare, ci sono facce nuove e altre conosciute, altre ancora incontrate appena la domenica precedente a Faggeto Tondo, all’uscita del corso del Gruppo Grotte Pipistrelli CAI Terni.
La cena è ottima, pasta, carne e contorno, non manca nulla e il morale è già alto, nonostante siamo ancora appena in trenta. La serata scorre piacevole tra risa e racconti, abbiamo vicino Mimmo, uno dei primi esploratori della grotta, che ci descrive sulla carta i pozzi e le numerose diramazioni. La mia curiosità sale, domani si va in grotta, ci saranno dei corsisti ma si cambieranno anche molte vecchie corde, giù giù fino al fondo. Noi saremo a disposizione, alcuni di noi decidono di andare a riposare, gli altri seguono dopo qualche cantata intorno al falò.
La notte però non è delle migliori, un’umidità incredibile preme dall’esterno del sacco a pelo e mi si condensa sull’unica parte che ne fuoriesce, il naso. Mi sveglio molte volte per rigirarmi ma va peggio a Mirko, che ha il sacco a pelo estivo e si sveglia la mattina dopo con un principio di dolore cervicale molto fastidioso.
Comunque, una volta svegli, ci prepariamo, colazione veloce e preparazione panini con cioccolata e mortadella. Prendiamo le ultime indicazioni e iniziamo a salire il pendio alla ricerca dello “sgrottamento” che nel bosco dovrebbe indicare l’ingresso inferiore. Lo individuiamo grazie allo zaino di qualcuno appeso fuori e, un po’ accaldati, iniziamo a cambiarci.
La grotta dovrebbe essere bella, tecnica e molto varia, ci caliamo con entusiasmo in fondo al primo pozzetto. Ci aspetta subito una piccola difficoltà, la strettoia in salita. Non mi è capitata spesso ma altre volte si, ci è stata descritta come qualcosa che richiede un impegno da moderato a discreto, la affronto quindi con la voglia di divertirmi, anche perché non potrà essere peggio di quella volta in cui mi sono incastrato e ho imparato a procedere sempre con un braccio in avanti.
Sento Mirko che mi precede sghignazzare mentre sale, segno certo che il divertimento è assicurato. Bene! In effetti è bella strettina ma, cercando di osservarne da sotto la sezione, alla fine la passo senza troppe difficoltà cercando di sfruttarne sempre la parte più larga. Fortuna il pantin, che qui dà un grosso aiuto e permette di salire anche senza appoggi per i piedi, eppoi si, sono abbastanza magro, ma il problema delle strettoie è l’attrezzatura che fa spessore e anche… far passare il torace! Come infatti sperimenta Arca di lì a poco.
Essendo il croll di alluminio (materiale solido incomprimibile), quello che tende a comprimersi è proprio il torace, in particolare la quarta costola di Arca che, segnalandolo con due sonori “fischioni”, ci informa che sta soffrendo non poco, come una tagliatella tra i rulli di una macchina per la pasta fatta in casa. Si opta quindi per un aiutino dall’alto e lo tiriamo su senza attrezzatura. Anche perché ammaccato com’è già dopo trenta metri, rischia di non potersi godere appieno la grotta, che appare molto promettente.

Proseguiamo attraverso il ramo del Nocciolo, la grotta è alternativamente asciutta e bagnata, ad un certo punto c’è uno scivolo che appare anch’esso stretto, sento Mirko ridacchiare ancora ma invece si scende facilmente, cercando di non pensare alla risalita e sperando che non crei troppi problemi ad Arca.
Si scende ancora, arriviamo al pozzetto Cip & Ciop, molto originale la progressione qui. Si scende con qualche spruzzo in testa, la corda fa un’ansa fino al frazionamento disassato nascosto sulla parete opposta, dietro la roccia che è verticale e fa una curva, qui ci si allongia e parte un traversino sospeso, la corda infine risale verso una finestrella laterale. Interpretazione? Libera. Molto divertente.
Poco più avanti la grotta torna asciutta. E’ la sua particolarità, un susseguirsi di rocce porose e spesso incoerenti, fratturate, che sembrano la maiolica killer di Buco Bucone –ma sono di scaglia rossa, o meglio rosa- alternate a zone che sembrano di gesso, terrose, asciutte. Chissà quanto tempo e in che modi si è svolta la genesi di un’architettura così complessa. Tra l’altro l’esplorazione è ancora in corso, nuovi rami aspettano di essere rilevati appropriatamente e scrutati in ogni angolo recondito.
Ci sono da attraversare i pozzi Praga, da cui scendono molte corde (e acqua). C’è un traverso ma gli anelli sono molto arruginiti e assottigliati dall’usura, meglio procedere con cautela e passare il traverso senza sollecitarlo molto, per fortuna la roccia è iperfratturata e ci dà almeno garanzie di “aggrappo” ai piedi (sempre se non decide di rompersi). Tra l’altro non si capisce bene quanto sia profondo il baratro lì sotto.
La grotta sembra un labirinto organizzato, una città sotterranea con vie di comunicazione, scarichi, sale dove fermarsi, panorami… infatti dopo aver passato i pozzi Praga, si entra per un pertugio in una galleria esattamente perpendicolare, asciutta. Destra o sinistra? Destra, era il secondo bivio da prendere a destra. Scendiamo per lo scivolo che fa polvere, giù giù… Più avanti incontriamo ancora il pozzo dell’Oblò, una specie di Cip & Ciop, con la corda che fa un’ansa e la devi seguire facendo un cambio attrezzi fino all’oblò sulla parete opposta.
Decidiamo di fermarci per il pranzo. La mia banana è sopravvissuta, buona notizia, mentre i panini di Arca hanno disseminato per lo zaino tutto il loro prezioso e appiccicoso contenuto (mortadella). Commento di Arca mentre soffia via la terra: «Giornata decisamente NO».
Giorgio ed Arca, sofferente per la costola probabilmente incrinatasi all’ingresso, decidono di tornare indietro pian piano mentre con Marco, Mirko ed Elisa ci inoltriamo più avanti.

Da qui in avanti ricordo scivoli polverosi ed inclinati di lato, scendiamo sempre di più, sorpassiamo l’ingresso della galleria degli Asteroidi e scendiamo su un terreno soffice che sembra terra battuta. Bisogna fare attenzione ai piccoli sassi che si possono far rotolare giù in questo pozzo appoggiato in diagonale. Sotto c’è gente, infatti incontriamo e salutiamo Mimmo, a cui consegnato il prezioso pantin affidatoci dalla compagna, e altri, intenti ad armare la via verso il fondo.
Quattro chiacchiere, aspettiamo dieci minuti poi decidiamo di tornar su, l’operazione di riarmo è piuttosto lunga e non riusciremmo a raggiungere il fondo, meglio fare una capatina in qualche ramo meno frequentato della grotta. Da sotto ci consigliano la galleria degli Asteroidi, che avevamo lasciato poco più sopra.
Risaliamo, al suo ingresso, su uno stretto pianerottolo, si è fermato qualcun altro, degli speleo napoletani e forlivesi. Due chiacchiere, domandiamo se hanno incontrato due ragazzi di Gubbio salire, ci dicono di si. Bene. Ci togliamo l’attrezzatura ed entriamo nel foro laterale che si apre a mezza altezza.
Innanzi tutto, perché l’avranno chiamata galleria degli Asteroidi? Me lo domando per un bel tratto perché sbuffando carponi non riesco a vedere se non la terra sotto di me. Però che bello “gattonare” ogni tanto! Io e Mirko aspettiamo Eli e Marco che nel frattempo era risalito un po’, quando arrivano proseguiamo e sfociamo nel primo slargo. Questo è un posto davvero particolare.
Il soffitto è cristallino e ha le stesse forme della superficie del cavolfiore, è di un colore bianco e giallastro. La galleria principale è ora più alta ora più bassa, spesso ha diramazioni laterali, le concrezioni comunque dominano ovunque e sembra davvero di essere su un altro pianeta, circondati da minerali sconosciuti.
Proseguiamo per un bel pezzetto nella galleria principale, tanto per curiosare. Ci sono anche delle etichette riflettenti in terra, non si può sbagliare. Bisogna solo stare attenti a non picchiare la testa sul soffitto, se no i cristalli si staccano e ti cadono dritti nel collo sudato (come a me e a Marco) e ci restano sfregando piacevolmente fin quando non ti lavi.
Man mano si aggiunge gente, tutti deviano per questa galleria che è un vero spettacolo naturale. Prima che arrivino troppe persone torniamo indietro, all’ingresso incontriamo dei forlivesi che scendono ma non sembrano aver incontrato Giorgio e Arca. Ma dopo una descrizione sommaria gli tornano alla mente. Sono vivi, e come confonderli con chiunque altro??
Dal mucchio di attrezzature accatastate alto quasi un metro riprendiamo le nostre ed iniziamo a risalire. Mirko non parla, anzi impreca sempre di più, non per la difficoltà ma perché la cervicale gli peggiora di ora in ora, in effetti la notte prima è stata davvero estrema.
Man mano che ci dirigiamo verso l’uscita incontriamo altri amici, Ferdinando e gli altri che vanno ad armare il fondo e usciranno a notte inoltrata, c’è chi come Paolo si apposta per fare qualche foto, chi procede spedito, sotto il pozzo d’ingresso vediamo scendere tre corsiste, Giorgio Flati e Andrea e altri amici di Terni.

Vedo la luce del sole, in un attimo compare il verde chiaro del bosco in cui filtra diffusa la luce calda del pomeriggio, che bello! Appena uscito mi sembra di entrare in un’altra stanza, come quando entri in cucina e c’è quell’aria succulenta.
E’ una delle cose che mi piace di più, uscire d’estate e sentire l’aria calda, umida anch’essa, fragrante, carica come di un profumo nuovo e commestibile, un pane odoroso diffuso nell’aria che ti si fa intorno festoso e ti nutre, ti saluta e ti accoglie perché sei appena tornato a casa.
Respiro a pieni polmoni gustandomi questo momento prima che le narici si abituino, c’è tempo per cambiarsi. Infine scendiamo a valle sul pendio verde illuminato, le nuvole bianche ovattose si rincorrono, c’è vento e lontano si odono alcuni tuoni… ceneremo bagnati? Boh, comunque c’è tempo per le ultime foto, che Mirko fa all’accampamento che è cresciuto nel frattempo e ad alcuni esemplari di Orchis pallens.
Giorgio e Arca nel frattempo li scorgiamo tranquilli spaparacchiati in mezzo agli amici ternani, ridono di gusto e non stento a credere che ormai il vino stia già facendo il suo corso.
L’ora prima di cena è forse la più piacevole, relax assoluto mentre c’è chi prepara in cucina, chi si diverte a tagliare la legna (nonostante ce ne sia accumulata ormai una scorta per un mese), come per magia si vedono comparire di continuo lucine sagome dal bosco che trascinano rami secchi spezzati dalla neve durante l’inverno, ma quanti eravamo lì dentro??
C’è chi ride, chi racconta storie, chi viene abbracciato affettuosamente sporcato dagli speleologi infangati appena usciti dal buio. C’è anche chi fa la colletta e ritorna con novanta euro di carne di pecora, pronta per essere arrostita. La serata promette bene, il Bere si piazza subito alla brace e inizia a mettere su il grasso e magro. Anzi, il grasso.
Non importa, ce n’è per tutti i gusti, quando arriva la pasta abbiamo già cotto le costine e metà delle bistecche, mancano le salsicce e cediamo volentieri il posto di cottura a chi è fresco. C’è da sfamare novanta e più persone provenienti da tutta Italia, siamo cresciuti molto, altri arriveranno ed entreranno in grotta la domenica.

Io ed Arca domani saremo già a Gubbio, pronti a servire al pranzo dei ceraioli sotto gli arconi, Mirko e Marco andranno a dar manforte insieme a Mirko Puletti e a Tommaso alle “Fere del Vipraro” a Vittorio e agli amici di Gualdo che hanno scoperto di recente un’interessante grotta sul Monte Cucco “Grotta che non c’è” e hanno bisogno di supporto per l’esplorazione.
La serata parte piano ma cresce molto velocemente di intensità, tra brindisi e schiamazzi. Mirko resiste grazie alla tachipirina mentre Arca fa la Filomena e sbaglia sistematicamente a passare il bicchiere, d’altronde troppe ammiratrici confondono! C’è ancora tempo per sfide alla panca, canzoni intorno al gran fuoco e un Gran Pampel “esplosivo”.
Marco ed Elisa ci lasciano purtroppo la sera stessa per tornare a casa mentre noi ce la godiamo tutta e alla fine ci sistemiamo in tenda.
Come la notte prima è stata la più umida che ho passato in tenda, questa è la più rumorosa. A un certo punto inizia a piovere con un’intensità spaventosa e due fulmini cadono credo uno in tenda e uno poco fuori. C’è chi va a dormire in Jeep e chi già dorme sotto il fuoristrada (non so come non sia affogato). Inizia anche a piovere nella nostra, sul povero Mirko che passa una notte peggiore della prima. Ho ufficialmente bisogno di una tenda invernale seria!
Il risveglio avviene alle prime luci dell’alba, c’è da smontare tutto e partire al massimo alle nove. Il tempo per gli ultimi saluti e si riparte, stavolta passando per Cascia e poi vicino Norcia dove ci fermiamo a far colazione e facciamo conoscenza col proprietario del bar che vende anche prodotti tipici locali. Sta facendo piazzare il nuovo cartello dal figlio, una mega icona di un porcellino rosa stampata su cartone resistente. E’ dritta? Si, allora che importa se manda giù gli stop a martellate?
Alla fine arriviamo a Gubbio sotto l’ennesimo diluvio universale, stanchi ma felici di aver conosciuto una nuova grotta molto bella e di aver passato tre giorni con una compagnia di gente cordiale, simpatica e rumorosa.
Francesco Quondam

