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Tra moscato e moschettoni: i Pozzi della Piana

Foto Mirko Berardi
Foto Mirko Berardi

07 aprile 2013

Pozzi della Piana, Titignano (TR)

C’è una linea sottile tra decidere e fare, che spesso però ha la consistenza di un muro, ed è un maledetta linea fatta di mille nodi aggiunti, stretti, interferenze ed eventi che dissuadono dal fare, pur se si è deciso.

Poi succede che, con una mossa veloce ti tappi le orecchie, apri gli occhi e spegni il cervello oltre che il telefono, ed è fatta, sei nel parcheggio che aspetti il gruppo.

Del gruppo ne conosci un po’, ma quando si sta per condividere un’esperienza del genere, i nomi, pensi, servono più per chiamarsi in caso di pericolo, per ora bastano i sorrisi, e, con pronta stretta di mano mascheri quei maledetti neuroni sfiniti che non ti fanno mai ricordare le cose, e i nomi.

Viaggetto tranquillo: guido io, accanto c’è il coopilota norvegese Arkasson, mentre dietro si dispongono Holy Mirko e Mister Q, lasciamo un posto per la Greca che preleveremo a Perugia.

La giornata è perfetta dopo numerose porzioni di diluvio di questi mesi, e siamo in perfetto orario.

Il posto più o meno lo conosco, ma è un video mentale, di cose viste di passaggio, distratto o ubriaco, più che un’immagine a fuoco, che riesci a cogliere solo se fermi la macchina e pigi il pulsante a destra, quello giallo con su scritto PN “perchèno”.

Colto il peso dello sguardo, Holy Mirko aggiunge info che clicco volentieri, approfondendo per un attimo termini come “carsismo”, termini che le persone normali studiano solo alle scuole medie per poi lasciarli vaghi dentro al libro, piuttosto che usarli per ri-conoscere il luogo dove magari costruiranno la propria casa.

Si respira molto “umano” qua intorno, capisci che qui il posto dove vivere “della terra” l’hanno scelto da un pezzo, tra il generoso Tevere, le colline così ben esposte e l’importanza strategica e logistica della strada per Roma, giù nella piana. Holy Mirko approfitta del silenzio e copia e incolla sui nostri cervelli un’altra immagine di un tempo in cui questi posti erano tutti coperti da boschi, quelle foreste planiziali che poi tra romani e medioevo sono stati tagliati per fare legna e dare spazio a terreni coltivabili.

Un landrover da dietro strombazza vuole strada e ci sveglia dal limbo oniro-didattico insieme ad altre auto che stanno andando dove andiamo noi; è gente che si conosce e si riconosce per quello che fa, e stavolta portano dietro oltre ai soliti sacchi di corde e cibarie, anche un sacco di bambini, visto che ricorre il 150° del CAI, ed è tempo per gli appassionati di battezzare “grottescamente” i propri futuri eredi.

Io e la Greca siamo gli unici impuri del gruppo a dover ricevere ancora il sacramento e, in religioso e curioso silenzio, seguiamo ad occhi aperti la liturgia prevista, che prevede, dopo l’arrivo, la vestizione.

Imbraco, discensori, corde, nodi, longe, sono i termini che devi cogliere al volo, mentre Mister Q e Holy Mirko, provetti “sarti” speleo, ti vestono e attrezzano con varie ferraglie e optionals, evidentemente non disponibili quel fatidico “sesto giorno”, ma utilissimi ora, di fronte al buco nero e fondo che ci aspetta.

Mando avanti la Greca, perchè voglio fargli una bella foto mentre scende giù: lei, archeologa, sorride e si affida alla gravità e all’imbraco allestito da Elisa, ed è pure elegante (il trucco sugli occhi c’è perchè la sera prima era fuori a cena con le amiche, e se trovate qualche forcina nella grotta appuntatevi il secolo, è il XXI).

Tocca a me ora calarmi per il battesimo nel fango, non prima di un bello stinco sulla roccia, che ci mette subito d’accordo sull’anzianità e i ruoli.

Fino all’atterraggio “dentro”, non essendomi volutamente informato su quello che ci aspettava, immaginavo un tipo di percorso già fatto altre volte in cui sei semplicemente accompagnato e devi solo stare attento a dove metti i piedi, per il resto c’è spazio, c’è luce, luci di sicurezza, indicazioni illuminate, … niente di tutto questo, il battesimo è come quello ortodosso, tutti immersi completamente dentro l’acqua, che qui però è fango. Siccome però i miei amici mi dicono che è facile e mi fido, vado avanti, o meglio, dentro, “nel buio che c’è”.

Sono tutti bene istruiti e gli ordini sono puntuali, decisi e perentori: non c’è tempo per argomentare o fare scelte diverse, si fa così, “..aggancia le longe e ricordati che una deve essere sempre attaccata..”.

Tutta questa ferraglia che mi hanno attaccato alle brache è quanto di più storico potrei indossare al momento, e può competere psicologicamente solo con un’armatura medievale, una tuta da astronauta e il costume di spiderman. Ci sono attrezzi piccoli e leggeri la cui sintesi, che poi ti salva la vita, è frutto di centinaia di anni di ottimizzazione, di approfondimento, di ricerca, di voglia di dare risposte ad esigenze antiche la cui importanza ha reso possibile il “moderno”: ho Archimede da una parte e Leonardo dall’altra.

Si va avanti: la compagnia, da silenziosa che era fuori, diventa logorroica dentro; è una vera passeggiata per loro, ed entriamo tranquillamente in buchi che sono più o meno come un oblò di una lavatrice, attraversiamo fessure non più larghe di un freezer, mentre prevale “gattonicamente” il passo dell’homo sdraiatus, più che erectus.

Ogni tanto, dove lo spazio lo permette, ci fermiamo per riprendere fiato e illuminarci un po’ le facce a vicenda, bere un sorso, dare un morso, e riprendere il percorso, tanta era ora la voglia a questo punto del racconto di fare una rima.
Sulle rocce, tra stalagmiti stalattiti e “capelli d’angelo”, si intravedono continuamente forme che con un po’ di fantasia rimandano e richiamano freudianamente alla vita quotidiana all’esterno: vedo formazioni rocciose che sembrano paesi in collina, cavalli, profili umani, gambe storte di vecchie con gonne sotto il ginocchio (e con bastone!) e ovunque guglie guglie e tante guglie, che benedetto sia sempre Antoni Gaudì.

Si gira per la grotta e le sue diramazioni come fossimo in un museo, e la mappa che ci accompagna cita infatti “gallerie” variamente nominate per il pezzo migliore che mettono in mostra, c’è la galleria “gotica”, quella “della colonna”, “del guano”, e la “sala dei vortici”. Ne vediamo diverse, ognuna meritevole della fatica e del fango, e la pausa al buio nella sala dei vortici, tra il silenzio degli umani e il volteggiare rumoroso dei pipistrelli è il momento in cui capisci davvero che ne vale la pena.

Tornando verso l’uscita incontriamo speleo coraggiosi che hanno portato in grotta bambini piccolissimi, per i quali questi spazi sono di sicuro molto più grandi, e che si muovono agilissimi, tutti attrezzati a puntino.

C’è un omone che a un certo punto da sopra mi tira fuori dal “buco” e, previo nuovo saluto tra stinco e roccia, torno a calpestare “il sopra” nel bosco, dove c’è un sacco di gente appena uscita che dopo un bel panino si sta godendo anche un happening pensato apposta per l’occasione, in cui due persone simulano la vita dell’uomo primitivo che fu, tra gli sguardi curiosi e informati dei bambini, e i commenti dei più grandi e sposati, che apprezzano il linguaggio della coppia di australopitechi che si monosillabano addosso sintetici “UH!”.

L’entusiasmo della giornata e l’eliminazione di numerose tossine, vengono poi esaltate dal percorso di ritorno dalla grotta al paese di Titignano, una strada sterrata ricca di pozzanghere infangate, grazie alle quali anche la Freelander trova il modo di partecipare alla giornata sporcandosi di gusto.

A Titignano giusto un attimo per goderci il panorama, la fame è tanta e torniamo verso casa, passando per una pizzeria di cui apprezziamo oltre all’ottima pizza e dolce anche il prezzo del moscato, che prenderemo un’altra volta, maledetta crisi.

Leonardo Clementi

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