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Il prato infinito

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Grotta delle Tassare, Monte Nerone (PU)

Giornata uggiosa e nebbiosa di fine novembre, inconfondibili sacchi gialli in PVC appoggiati alla panchina fuori dal bar, dentro i tuoi amici attendono.

Colazione abbondante, riserva di energia per le imminenti fatiche.

Poi il viaggio in macchina verso il rendez vous con gli odierni compagni di avventura, eugubini e tifernati per lo più, alle pendici del Monte Nerone.

Salendo, l’infida gelida nebbia che avvolge tutto nella valle si trasforma in un mare candido illuminato dai timidi obliqui raggi del sole mattutino, qua e là come isole spuntano le cime delle colline circostanti.

Clima mite senza vento, giornata ideale per andare in grotta. Prati scoscesi esposti ad est, dove crescono rigogliosi ciuffi d’erba bagnati dalla rugiada del mattino, fanno da scenario ai nostri primi passi verso l’agognata meta. Sotto di noi la fertile campagna marchigiana celata da una coltre nebbiosa.

Scendiamo e scendiamo ancora, scivolando sul terreno viscido come calciatori con gli scarpini sbagliati, di tanto in tanto un occhio si volge in dietro pensando al ripido rientro serale.

Una dozzina di esseri, tintinnanti di moschettoni e attrezzi vari, vestiti di colori vivaci, si avvicina all’arcuato ingresso della caverna, intenzionata a discenderla fin nel profondo. Con noi c’è Marco Bani, grande conoscitore dei più nascosti segreti di questa montagna, da buon padrone di casa ci accompagna in questa bella avventura e all’interno di questa grotta, teatro di grandi imprese ed esplorazioni avvincenti.

Alla memoria tornano immagini di tempi passati quando venni qui per la prima volta, ricordo la bellezza e la fatica, il caldo estivo, gli scherzi, le risate e il pranzo al rifugio con quelle tagliatelle al tartufo da leccarsi i baffi.

La parete gocciolante e strapiombante protegge l’ingresso della grotta, si entra strisciando per una facile condotta, poi la discesa lungo la galleria scivolosa fino a raggiungere le prime sale. L’acqua scende copiosa con un gorgoglio quasi ipnotico, l’atmosfera fiabesca abbellita da arabeschi e pinnacoli disegnati dal millenario gocciolio.

Si avanza giù per gallerie ampie e tonde, fortemente inclinate, intervallate da piccoli salti da superare con l’ausilio delle corde, si segue il flusso dell’acqua limpida che ci accompagna formando un velo scintillante sul candido pavimento.

Qua e là vaschette, stalattiti, vele, tozze stalagmiti, colonne, gli occhi si perdono nell’ammirare le mille forme create dall’ingegnosa natura, mille volte viste e mille volte stupefacenti.

Il placido laghetto che incontriamo sul nostro cammino ci avverte che siamo prossimi al gran finale, c’è chi si avventura in spericolati guadi seguendo con gli stivali le asperità del fondo, chi si affatica lungo il traverso sospeso, tutti alla fine giungono, aggirando la grande voragine, fino alla soglia del pozzo dove l’esile corda precipita veloce verticale verso il vuoto buio.

C’è chi decide di non scendere, tante sono ormai le volte che ha visto quel fondo, chi pensa di averne avuto abbastanza per oggi e chi decide coraggiosamente di sfidare le proprie forze e le proprie paure, pur essendo alle prese con le prime esperienze in grotta o dopo una lunga inattività.

Una ad una tenui lucine scivolano verso il basso andandosi a raccogliere sul fondo dell’enorme voragine, poi si scende ancora per raggiungere l’estrema profondità conosciuta della grotta, un limpido laghetto dal fondo fangoso dove si raccolgono le acque discendenti.

Arriva anche Lorenzo, amico perugino che si è aggiunto strada facendo all’allegra brigata raggiungendoci da solo. C’è tempo per mangiare qualcosa, per scambiare due chiacchiere, infilarsi in qualche buco, tanto per vedere, poi la risalita.

Nuvole di vapore si alzano dai corpi caldi per lo sforzo, il gruppo è eterogeneo, c’è chi sale agilmente e chi fatica, maledicendo ogni centimetro di corda che lo separa dall’esterno.

L’uscita è lì a pochi passi, l’odore del bosco umido raggiunge le narici come un profumo dimenticato, insieme ad esso il fumo tiepido del piccolo focolare scoppiettante acceso all’ingresso dagli amici che cercano di scaldarsi nell’attesa dei più lenti.

Tutti fuori, nel buio serale le scintille si alzano dai tizzoni ardenti come lucciole nel caldo estivo, l’aria è calma solo a tratti scossa da leggere folate di vento, la luce rossa del fuoco illumina l’ampio androne. Ci raccogliamo per un istante intorno all’accogliente fiamma accesa poi si comincia a salire, con attenzione, per lo scivoloso sentiero che costeggia le erte pareti.

Il prato è lì davanti a noi, ripido, infinito ai nostri occhi che riescono a vedere solo lo spazio illuminato dalle lampade frontali. Cespugli amici e ciuffi d’erba offrono a volte valido appiglio, a volte rappresentano insidioso ostacolo dove le stanche gambe inciampano. Le luci, srotolate lungo il sentiero come in un addobbo natalizio, arrancano lungo le pendici della montagna. La fatica, nostra fedele compagna di viaggio, non si allontana mai molto da noi e, dopo una breve sosta, torna di nuovo vicina.

Alle nostre spalle, nel buio della notte stellata che avanza, la nebbia che ricopre le vallate è illuminata dal basso dalle luci rossastre delle città costiere, quale meraviglia per gli occhi; un vento leggero ci accompagna lungo i saliscendi finali.

Una luce lampeggiante, lasciata a ondeggiare su un ramoscello al limitare del bosco, indica agli ultimi la direzione da seguire, poco più in alto voci, risate e un paio di birre fresche, portate da amici premurosi, consolano e alleviano sofferenze e fatiche, più o meno grandi, patite lungo l’interminabile salita.

C’è chi ansimando si toglie gli abiti bagnati e infangati ripetendo “mai più”, sapendo di mentire, chi progetta già le prossime uscite, chi, con lo stomaco brontolante, sogna solo un posto accogliente dove placare la propria fame con una pizza fumante.

La discesa nella nebbiosa valle è veloce, ci si trova finalmente tutti insieme intorno a un tavolo, è tempo di brindisi, di chiacchiere e risate, di racconti e confidenze, di visi sorridenti e distesi… e stanchi. Un’altra bella grotta, un’altra esperienza da raccontare a chi non c’era, un’altra bella giornata in compagnia.

Alla prossima avventura.

Mirko

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