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Piccoli cunicoli crescono

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Grotta di Monte Cucco, Costacciaro

Suona il telefono, con un balzo esco dalle coperte direttamente dentro le scarpe, guardo l’orologio… accidenti la sveglia non ha suonato!!!

9:15, e l’appuntamento era per le 9:00, infilo la prima cosa che mi passa sotto gli occhi, carico tutta l’attrezzatura (forse) e salgo in macchina alla volta del Bar le Bighe di Scheggia, luogo ormai fisso di incontro per le nostre scorribande grottesche.

Gli altri mi aspettano già da una mezz’oretta, oltre a Gian Luca, Claudio e Valerio c’è anche Fabrizio che ci accompagnerà fino all’ingresso tanto per fare una scampagnata. Mangio qualcosa, prendo il pranzo, mi fanno notare che ho messo il pile al contrario, carico tutto nella macchina di Valerio e si va.

La voglia di tornare a vedere se quel cunicolo che abbiamo scoperto la settimana scorsa prosegue è tanta, saliamo veloci e veloci scendiamo, Terni, Perugia, rami sinistri e poi giù fino al terzo salto del Baratro, decidiamo di scendere per la via nuova armata di recente, c’è un sasso grandicello che si muove, è un pochino che lo tengo d’occhio, potrebbe essere pericoloso, oggi proverò a toglierlo, mi ci appoggio con il piede, si muove davvero, lo tolgo, non si sa mai che qualcuno lo faccia cadere.

Ora però un piccolo problema è risolto e un altro grande si presenta. C’è un altro sasso che si muove, sarà lungo un metro e largo 50 cm e dondola pericolosamente sull’orlo dell’abisso, piccolo consulto con gli altri, decidiamo di farlo cadere per mettere in sicurezza il salto. Tiriamo su la corda sciogliendo il frazionamento, sotto di noi non ci sono corde o ancoraggi che si possono danneggiare, proviamo a muoverlo, con pochissimo sforzo riusciamo a farlo scivolare, un’altra piccola spinta, due o tre secondi di suspense poi il fragore assordante di un masso di due o trecento chili che si schianta dopo aver volato nel vuoto per oltre trenta metri, impressionante.

Riarmiamo e scendiamo per controllare i danni, il masso si è disintegrato in tanti pezzi senza fare disastri atterrando, come speravamo, lontano da corde o ancoraggi. Tiriamo un sospiro di sollievo e continuiamo a scendere fino al finestrone che segna l’inizio di questa nuova avventura. Stavolta le ginocchiere le ho portate ma credo che serviranno a poco lo stesso.

Ci sfiliamo l’imbracatura e ci infiliamo nel buco, si striscia da subito, soffice fango in abbondanza che poi lascia il posto a spigolose croste calcaree. Sgattaioliamo veloci tra le concrezioni, la galleria a volte si allarga ma riuscire a stare in piedi è un miraggio, si procede carponi e strisciando su e giù fino a giungere al luogo in cui la nostra esplorazione è iniziata, passiamo la strettoia che aveva ostacolato l’accesso dei nostri predecessori e continuiamo a salire.

Non vedo l’ora di arrivare in cima per vedere se riusciremo proseguire, sono così entusiasta che a volte mi dimentico che i miei compagni di avventura non ci sono mai stati in questa zona e che magari non sono così abituati a confrontarsi con le strettoie, né le amano particolarmente. In effetti insinuarsi nelle umide viscere della montagna su e giù per viscidi, stretti e oscuri cunicoli strisciando per ore senza vederne la fine per la maggioranza delle persone è quello che c’è di più vicino a un incubo, per altri come me è quasi un sogno.

Certo che dopo un’oretta a trascinarsi sui gomiti e sulle ginocchia potersi rialzare in piedi non sarebbe male, così accelero un pochino e raggiungo la saletta che aveva segnato la fine della nostra precedente esplorazione. Finalmente un po’ di sollievo per le mie ginocchia, arrivano anche gli altri, piccolo check delle forze, alcuni sono stanchi, altri meno, cominciamo a guardarci intorno, a spostare qualche sasso, io decido di infilarmi nel meandro lasciato inesplorato la volta precedente, sembrava proseguire anche se stretto… riproviamo!

Mi infilo, Claudio mi segue poi arriva anche Valerio, purtroppo arriviamo ad un punto troppo stretto, Valerio torna indietro a cercare altre prosecuzioni con Gian Luca, abbiamo pochi attrezzi per poter scavare efficacemente, si fa quel che si può… smartello un pochino, sposto sassi, il casco mi da noia, lo tolgo e provo a passare, troppo stretto, tolgo altri sassi butto il casco oltre la strettoia, uno sforzo e passo, si intravede una condotta, ancora stretto e intasato dai detriti.

Continuo a lavorare, è stretto e scomodo da morire, quanto me ne renderò conto solo a casa guardando i lividi che mi ritrovo in posti impensati e i graffi che mi ricoprono la testa per esser stato a lungo senza casco nei vari tentativi di passare l’impassabile.

Altra strettoia superata a fatica, un metro di condotta e altra strettoia bestiale, mi faccio spazio, il tempo corre veloce, dietro mi sollecitano a tornare, il freddo e la stanchezza si fanno sentire, io nel mio furore esplorativo nemmeno mi rendo conto che il tempo passa. Claudio mi assiste e mi passa gli attrezzi. “Ok, dieci minuti, se non passo lascio perdere”… ma di là continua, maledizione, non posso fermarmi ora, mi mancano pochissimi centimetri.

Un attimo per riflettere e raccogliere le forze, quattro martellate ben assestate, guadagno quel centimetro che mi mancava, butto il casco dall’altra parte, mi dà troppo fastidio, ora o passo o dovrò venirlo a riprendere la prossima settimana. Butto fuori l’aria e ritento, il grosso del corpo è passato… cavolo se era stretto, ho un braccio e un piede incastrati, devo tornare un pochino in dietro, strani rumori provengono dalla mia tuta, credo di averle dato il colpo di grazia stavolta.

Riprendo il casco e continuo, avverto Claudio che vado avanti finché riesco: “due minuti e torno”, qui si stà quasi in piedi, la condotta continua e si infila in un’altra strettoia, ci passo? Ormai sono qui, ci provo, passo, altra saletta, altra strettoia, passo ancora, piccola prosecuzione, la galleria si allarga un pochino… poi ancora una strettoia e poi un piccolo pozzetto, ci lancio un sasso rotola un pochino, niente di che. “Ok mi arrendo! Anche stavolta hai vinto tu cara grotta”.

Torno sui miei passi, non senza difficoltà, raggiungo Claudio che mi aspetta un pochino infreddolito, gli faccio un piccolo resoconto, poi il meandro all’indietro per raggiungere gli altri. Cominciamo ad incamminarci, per così dire, per guadagnare l’uscita, la stanchezza si sta facendo sentire e anche le botte prese nello stretto. In discesa si scivola che è un amore, il fango che ormai ricopre ogni parte del nostro corpo facilita un pochino l’opera, gattonando e strisciando in mezz’oretta siamo di nuovo sul largo, si comincia a risalire, qualcuno accusa un pochino la fatica e il freddo, ma in men che non si dica siamo fuori, in lontananza un temporale si avvicina, le macchine sono vicine.

Al parcheggio incontriamo gli amici perugini di ritorno dall’uscita a Faggeto Tondo, un saluto e quattro chiacchiere, gli facciamo un breve resoconto delle nuove scoperte, poi ci si cambia e via verso casa.

Giornata finita, lividi ovunque, sporchi  e stanchi ci concediamo la solita, meritata birretta da Walter.

Anche oggi la montagna cava ci ha regalato emozioni, fatica, speranze e delusioni… torneremo!

Mirko Berardi

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