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domenica, Settembre 27, 2026
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I re dei sifoni

L’immersione


La mattina è iniziata con il suono della fiamma del fornello da campeggio di Davide. Guardo l’orologio, sono le 6:30. Apro la cerniera della tenda e mi affaccio sul campo brulicante di speleologi silenziosi che si dirigono muniti di tazza verso la zona refettorio, in cerca di un caffè che li restituisca alla loro natura di animali sociali.Claudia, Jurgen, Luca e Maurizio sono già alla Risorgenza per svuotare il terzo sifone. Noi li raggiungeremo a breve per aiutarli con il quarto e trasportare il materiale.

Pronti per la partenza carichiamo tutti i sacchi con l’attrezzatura per l’immersione sulla mia Jimny, mentre le bombole sono già nel bagagliaio della macchina di Mattia. Aiutati da Luca che gentilmente ci offre un passaggio arriviamo all’imbocco del sentiero per la Risorgenza.

All’ingresso della grotta, però, troviamo una brutta sorpresa: Maurizio ci annuncia che il generatore si è bloccato e non riparte. Marco non si fa prendere dal panico e diventa il nostro Fonzie che con un tocco magico, seguito da uno schiocco di dita, fa riprodurre al generatore il suo caratteristico suono che in quel momento ci sembra più dolce del coro di voci bianche dell’Antoniano.

L’avventura può proseguire e il terzo sifone viene svuotato. E’ il momento di entrare a dare una mano alla prima squadra.

La grotta è comoda per pochissimi metri, poi diventa una condotta stretta e fangosa, un continuo scendere verso i sifoni, dove ci si bagna completamente, per poi risalire.

Al terzo sifone prendiamo la pompa, attacchiamo un altra manichetta e spostiamo tutto un po ‘più avanti fino al quarto, pronti per lo svuotamento. Mattia schiaccia il pulsante sulla cornetta che ci mette in comunicazione con l’esterno. Il trillo passa nel doppino, rifacendo al contrario la via che abbiamo appena percorso ed arriva agli addetti del generatore.

Dopo pochi secondi la pompa parte gonfiando di acqua la manichetta ed aprendoci la strada verso la meta finale. Il livello del sifone scende rapidamente.

Mattia passa e io lo seguo. Nel mentre ci raggiunge Alessio a cui urlo di comunicare all’esterno di spegnere la pompa, prima che rimanga scoperta dall’acqua. Quel mio semplice “spegnete la pompa” muta forma nel passaparola, creando il panico alla squadra all’ingresso che si affanna e si dispera in cerca di un nastro adesivo. Il messaggio originario, infatti, si trasforma in una richiesta completamente diversa, tanto che il generatore viene, sì spento, ma solo perché là fuori hanno inteso che la manichetta è rotta.

Noi nel frattempo, ignari di questa metamorfosi sonora, raggiungiamo il quinto sifone e ritorniamo verso l’ingresso.

E’ ora di iniziare a trasportare l’attrezzatura e le bombole, ma è anche ora di riposarsi e mangiare qualcosa.
Il trasporto materiale è uno degli ultimi passaggi prima dell’ingresso dei sub.

Loro sono i protagonisti indiscussi, i re dei sifoni, le rockstar dei cunicoli, non possono disperdere energie e concentrazione e la squadra è fondamentale per questo. Tutti i materiali devono essere pronti all’attacco della parte da esplorare. Gli speleosub come grandi artisti devono solo vestirsi, ripetere la loro parte ed entrare in scena.

Perché quel palcoscenico non è semplice anche per attori navigati: la scenografia è un’incognita, la sceneggiatura la scrivono nel mentre e il pubblico non c’è, ci sono solo loro e il rumore degli erogatori.
Entriamo io e Mattia, seguiti prima da Francesco e Silvia, poi da Claudia, Jurgen, Luca e Marta; ognuno diventa custode e portatore di un pezzo del puzzle che costruirà l’impresa. Nella prima parte della grotta, fino al secondo sifone ci sono Lucia e Davide, mentre Mirko è sopra il pozzo che ha armato con un paranco per calare i sacchi nella maniera più agevole possibile.

Raggiungiamo la saletta del quinto sifone e poggiamo i sacchi. Come un ferrista con i ferri chirurgici, Mattia dispone con movimenti lenti e puliti tutto il necessario per l’immersione: le bombole parallele ed equidistanti nel piccolo slargo accanto al sifone, l’attrezzatura pronta su due spazi diversi che faranno da camerino a Marco e Roberto “il Milo”. Finalmente arrivano, io, Mattia e Francesco siamo lì ad attenderli. Entrambi i sub sono concentrati, ma le loro reazioni sono diverse. Marco ha il viso teso e sembra guardare nel vuoto quando ci comunica qualcosa; il Milo parla, canticchia e lamenta, a ragione, la scomodità della sala. Io li guardo in silenzio, aiuto dove posso, sento la loro tensione che mi attraversa. Mattia, come un fido scudiero, procede con la vestizione dei due cavalieri in muta e maschera: prima il gav, poi le bombole, in un rituale studiato. Francesco filma tutto.

E’ arrivato il momento di immergersi. Un ultimo check della strumentazione, la sagola viene fissata e poi giù, verso l’esplorazione.

Passiamo minuti silenziosi. L’acqua nuovamente ribolle in un cerchio di luce, mentre emerge una cupola rossa, che prende prima la forma di un casco e poi degli occhi del Milo contornati dalla maschera, Marco lo segue subito dopo.

Le notizie non sono delle migliori, il quinto sifone e il sesto sono un tutt’uno, c’è solo una frana che li separa, e l’ambiente è completamente allagato. Il sesto sifone termina con una strettoia impraticabile.

Lasciamo tutto nella saletta e torniamo fuori. Ormai siamo un gruppo di golem, che come dei re Mida dei poveri trasformiamo tutto quel che tocchiamo in fango. Le tute vengono distese sulla roccia di fianco all’ingresso, sperando che nella notte si asciughino. Siamo stanchi, ma per fortuna ci aspetta un aperitivo preparato da Lucia.

Torniamo verso il campo mentre arriva la sera e la meritata cena con il resto degli amici della FUGS. Dopo un abbondante primo, Marco,come un prete durante l’eucarestia, distribuisce i miei zuccherini alla mela e zenzero ai commensali che ricevono in religioso silenzio, tra facce rosse e lacrime, questa alcolica benedizione.

Finita la cena comincia il briefing, durante il quale prima Il Milo spiega come si è svolta tutta l’operazione e l’esplorazione alla Risorgenza di Boccarotta, poi gli altri raccontano come è andato il corso di rilievo al Chiocchio.

Giunta a termine l’incontro, stanca, raggiungo la zona tende.
Il cielo è stellato, si vede anche la via lattea e qualche satellite che Marco si ostina a chiamare UFO. Siamo in nove sul prato a fianco alle tende, noi otto di Buio Verticale e Alessio da Viterbo. Qualcuno ha in mano il cellulare per cercare di captare disperatamente il debole segnale che arriva in quell’unico punto di tutto il campo, altri parlano del più e del meno. Io sono seduta a fianco agli altri a gambe incrociate, la schiena a pezzi e la stanchezza che mi avvolge come una coperta.

Lo sguardo è proiettato al cielo puntinato di astri, i pensieri invece rimangono sotto la superficie, nella terra e nel fango, a ricordare la giornata appena trascorsa. Domani sarà ugualmente faticosa, ma per adesso buonanotte.

La pulizia

E’ la Domenica delle grandi pulizie alla Risorgenza di Boccarotta. L’esplorazione è finita, ma non il nostro lavoro, perché dobbiamo portar via fuori tutto il materiale utilizzato: pompa, manichette, fili, corde, bombole, erogatori, telefoni, moschettoni, trapano, placchette e sacchi.

E’ il tempo che la grotta si riprenda i suoi vuoti, fino a quando ricomincerà a piovere, l’acqua cancellerà le nostre impronte e le porte verso il quinto sifone saranno nuovamente sbarrate.


Siamo quindi ancora tutti all’ingresso della Risorgenza. Oggi Francesco e Silvia non ci sono, ma si è aggiunto Giuseppe che ha forza per due.La tuta, che durante la notte si è asciugata, ha assunto la forma e la consistenza di un burattino con gli arti scomposti e indossarla non è né piacevole, né agevole. Con pazienza e poca eleganza la metto su, mentre con gli altri si fa il punto della situazione e si decide come procedere.

Oggi si metterà in atto il metodo della staffetta. Il materiale verrà portato verso l’esterno a piccoli passi, ammucchiando i sacchi in un punto intermedio della grotta, per poi spostarli con il passa mano più avanti al punto successivo e così via.

Mattia e Marco vanno avanti verso il fondo per preparare per il trasporto l’attrezzatura subacquea, noi entriamo mezz’ora dopo. I gav e gli erogatori sono piuttosto pesanti, la pompa ha la densità dell’uranio, alle bombole bisogna far attenzione come se fossero di cristallo, la manichetta fa l’amore con il doppino, che fedifrago si intreccia a tutto quel che gli passa di fianco.

Marco chiede invano un coltello, che noi non abbiamo, e neanche chiediamo, perchè considerando come funziona il passaparola verso l’esterno probabilmente ci arriverebbe uno spazzolino da denti.

Il doppino nel mentre se la ride e tira ancora di più ad ogni nostro tentativo di strapparlo alla pompa, che aumenta inspiegabilmente di peso ad ogni metro.Ad ogni sifone faccio il conto alla rovescia, aspettando il secondo, dove finalmente ci attende la squadra con il paranco.

Una volta tirati su tutti i sacchi saliamo anche noi. Sono sfinita ed infreddolita, ma manca pochissimo all’uscita. Raccolgo le ultime energie rimaste ed esco.

Ogni cosa che abbiamo tirato via da quel buco è ricoperto da una morbida panatura di fango, noi compresi. Ci convinciamo che non conviene togliere le tute prima di riportare tutto al di là del bosco, perché si rischia di sporcare anche il sottotuta, ma a dirla tutta, ormai il fango è talmente diventato parte di noi che probabilmente ci scorre anche nei pensieri.

Quei pensieri che si rivolgono alle due giornate trascorse, in un frammento staccatosi dalla quotidianità, dove c’era solo il progetto, i sifoni da svuotare, gli speleosub da aiutare. Quei cunicoli di roccia sono stati riempiti dalla nostra presenza, dalla squadra, dalle nostre voci, diversi accenti, tonalità e timbri.

Siamo stati protagonisti ed ingranaggi di un meccanismo preciso come un orologio svizzero che ha segnato un tempo fatto di professionalità, altruismo ed amicizia. Un insieme di coordinazione, affiatamento che nonostante Marco e il Milo non siano potuti andare oltre al sesto sifone, hanno lasciato in tutti noi la sensazione di avercela fatta, di essere comunque andati oltre.

Pina

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