22/25 aprile 2022
Carso Triestino, Trieste
Cammino verso le macchine con ancora la tuta addosso. Ad ogni mio passo il casco che ho in mano oscilla, come un cestino da picnic e il sudore mi si asciuga al sole ancora timido di questa primavera.
In lontananza vedo arrivare verso di me un cespuglio di riccioli biondi e due occhi chiari e luminosi che cavalcano una bici minuscola, ma adatta alla sua età. Il mio orgoglio speleo viene messo in moto. Mi trasformo in un busto dell’ottocento, sguardo fiero e postura eretta e penso già alla risposta che darò alla sua domanda.
Perché sicuramente mi chiederà il motivo per cui sono vestita così, da dove vengo. I metri che ci separano diminuiscono fino all’incontro. Lui dal basso verso l’alto mi guarda dritto negli occhi, io dal mio pulpito aspetto che le sue labbra pronuncino quelle parole.
Il bambino apre bocca e smonta tutte le mie fantasie. Mi chiede se ho visto in giro un suo amichetto, un figlio di un collega del padre, niente sul mio conto. Ritorno alla realtà. Siamo nel carso triestino, mica in Umbria: in queste zone lo speleologo è animale noto, quasi domestico, perfettamente
inserito nell’habitat naturale, si aggira nei pressi delle grotte e nessuno si meraviglia.
Dopo il dialogo con il bambino riprendo a camminare e penso che dopotutto questa sensazione non è così male anzi mi fa star bene, questa perfetta integrazione rassicura. A Trieste ci si sente a casa, sarà anche grazie ai nostri meravigliosi amici triestini della Boegan, che siamo venuti a trovare in questa tre giorni a cavallo della Festa della Liberazione.
Siamo partiti in nove di Buio Verticale, io , Mirko, Sara, Arca, Claudio, Asia, Checco, Marta e Lucia. Nelle macchine le attrezzature speleo, ma soprattutto materiale da convivialità: qualche kg di carne da grigliare, tre cresce di Pasqua del nostro nuovo acquisto Giuliano (una di queste non varcherà la soglia di Trieste, ma si sa, il viaggio mette fame) e un po’ di
birrette. Mancano solo i miei zuccherini alcolici, ma mi hanno proibito tassativamente di portarli, per preservare la nostra incolumità e l’igiene pubblica.
A Trieste siamo accolti nella cantinetta di Antonella, dove alcuni di noi dormiranno la notte, mentre altri occuperanno l’appartamento sovrastante. Entriamo prima in un breve corridoio dove appoggiamo le valigie, poi in una porta sulla sinistra dove siamo invitati a sedere intorno ad un lungo tavolo. Le pareti della stanza sono decorate da diverse fotografie scattate in grotta, corde e scalette e altri cimeli speleologici. Sul divano in fondo è adagiata una bambola di pezza a grandezza naturale, che risponde al nome di Selena, donna di mondo con i capelli di lana rosso fiammanti e mutande di pizzo. Al centro della stanza c’è il tavolo che ricorda quello di Harry Potter, non per forma o materiale, ma perché dal suo piano magicamente compaiono libagioni, non polli arrosto e torte di gelatina, ma lattine di mitica birra Lasko, rinfrescante, corroborante e che fa miracoli più dell’acqua santa (anche perché poi l’acqua, a parte quella del mare e del Timavo, a Trieste chi l’ha vista?).
Dal ristorante di fronte arriva il cibo di asporto, aperitivi di pesce, fritture e contorni. Nel frattempo chiacchieriamo, ci scambiamo battute e storie. Vicino a me è seduto Mario e davanti a lui una bottiglia di liquore triestino che sorseggia mentre lascia scorrere le sue esperienze e i suoi pensieri, che disegnano chiaramente cos’è e cosa è stata la speleologia triestina: la Commissione E. Boegan, le spedizioni al Canin, il modo di andare in grotta, i
piemontesi con Badino, il soccorso speleologico, gli ungheresi con i loro barattoli di cetrioli e tante altre storie.
Questo lento fluire a tratti è interrotto da scambi di battute con Guido,
l’amico di sempre, seguiti da un fragoroso scoppio di ilarità, che Antonella cerca di calmare, per non disturbare i vicini, ma senza successo.
Più passa il tempo tra Lasko, risate e liquori con nomi impronunciabili, più l’orario di incontro del giorno seguente si sposta in avanti. Alla fine però troviamo un accordo: alle 10:30 ci si vede per scendere la Noè. Stanchi e un po’ brilli andiamo a letto.
Dall’orlo della grotta Noè guardo giù: è enorme. Sembra una Fondarca sottosopra e incastonata nel sottosuolo. Chissà quanto grande deve essere stato il fiume che ha scavato questa sala enorme e quante volte la terra ha dovuto scuotersi prima di far crollare la volta.
Mentre percorrevo il sentiero di avvicinamento uno dei ragazzi di Trieste mi ha detto che la Noè era il loro piccolo Messico ed in effetti si percepisce un non so che di esotico alla sua vista.
Ritorno con gli altri e inizio a vestirmi. Nel frattempo Asia, Cavia e un altro ragazzo armano tre vie, a una distanza di due metri ciascuna, tutte e tre che partono in appoggiato, frazionano a tetto, per poi andare giù dritti sulla libera di cinquanta metri fino al cono detritico.
Io, Sara e Lucia decidiamo di andar giù insieme. Lungo tutta la corda che porta fino al frazionamento a tetto accumulo tensione, ogni centimetro di corda che scendo corrisponde a un grammo di ansia che metto nella testa.
Arrivata all’imbocco della libera metto la longe, passo il frazionamento, faccio la chiave, tolgo la longe, respiro, respiro, penso che la paura è una sensazione normale, positiva, mi protegge, tolgo la chiave e scendo. Quasi fosse una coreografia ben studiata, la corda mi fa girare nel momento migliore, quando la vista mi si apre sulla spettacolarità della grotta, le cascate di verde intenso, il marrone della roccia e poi giù delle macchie rosse e blu che racchiudono i puntini bianchi dei caschi.
Scendo, la corda per pochi secondi mi fa sentire uno yoyo, il mio stomaco inveisce, ma il mio cervello non demorde. Scendo, sono a metà, guardo giù e i puntini bianchi rimangono ancora puntini. Non mi resta che continuare a scendere e godermi lo spettacolo. Cinquanta metri di meraviglia fino alla base della grotta, dove mi aspettano Claudio, Asia e Arca e tutti gli altri.
Dopo di noi scende Guido che non appena tocca terra afferra il sacco speleo che ha appeso all’imbrago, lo apre e tira su diverse lattine di Lasko. Quando tutti sono giù si aprono le birre, mentre Marta e Anna Maria “la flauta” improvvisano un concertino di flauti, trasformando la Noè in un locale da aperitivi: per il dress code categoricamente tute in nylon e caschi, per la location, dieci.
E’ ora di risalire. Ripetiamo la formazione della discesa, Lucia a destra, io al centro e a sinistra Sara. Metto i bloccanti sulla corda e ne recupero talmente tanta che ho la sensazione che quando mi ci appenderò andrò su come con il bungee jumping. Risaliamo su, tre alla volta, tutti tranne chi disarma. Recuperiamo le corde, ci rilassiamo un po’ al sole e poi ci avviamo alle macchine. Dopo una tappa all’appartamento andiamo a casa di Antonella, dove ci aspettano tutti per la cena.
Siamo accolti in un giardino dove c’è una lunga tavolata apparecchiata con stuzzichini, prosecco e birre. La griglia è già accesa, pronta per i deliziosi tagli di carne che Claudio ha preparato. Nel frattempo, all’interno dell’abitazione, nella cucina c’è un ipnotico paiolo elettrico che mescola una polenta dall’aspetto molto invitante. Insomma, il cibo non manca e la compagnia neanche a dirlo. Tra chiacchere e risate si fa tardi e salutiamo tutti. Il giorno dopo bisogna mettere la sveglia molto presto, perché ci aspetta il custode del Trebiciano per darci le chiavi che aprono la botola che si affaccia sulla storia.
Più di 200 mt di scale a pioli, più o meno ripide, incastrate in pozzi, collegano la superficie con il Timavo, il fiume del carso triestino che scorre sotto terra, da San Canziano fino a Duino. L’ossessione di una vita di Lindner, che alla ricerca dell’acqua per Trieste, spese ore e soldi in quell’abisso.
E’ la seconda volta che scendo per queste scale ed ogni volta penso a quest’uomo, al tempo che ha passato in quei pozzi e quali siano state le sue emozioni. Sono con Lucia e Mirko e sopra di noi c’è Linus che ci racconta come è cambiata la grotta, infatti dove adesso ci sono scale in metallo, prima c’erano rimasugli della struttura in legno, e il resto della progressione avveniva su corda.
La fine dei pozzi è annunciata dall’aria fresca che arriva dal basso e dalle pareti coperte di fango testimonianza delle continue piene. Dopo poche scale arriviamo alla caverna Lindner. L’ultima volta che l’ho vista era completamente allagata e il fiume alzava e abbassava il suo livello a vista d’occhio, come il ventre di un gigante disteso che respira. Adesso invece è tutto libero e la sala si mostra nella sua bellezza e immensità. Questa enorme bolla nel sottosuolo appare come la metà di una clessidra ferma nell’attimo in cui ha terminato un periodo di tempo e aspetta di essere capovolta. Il fondo della sala è ricoperto da una montagna di sabbia la cui cima è accessibile dalle scale e la cui base è lambita dal Timavo.
Dalla cima parte un sentiero indicato da paletti, in modo da poterlo nuovamente tracciare dopo le piene. Mossa dalla curiosità seguo gli altri sul sentiero, fino alle rive rocciose del fiume. I primi ad arrivare ci avvisano che ci sono tre protei. Sono emozionata: l’animale di cui si parla dal primo giorno del corso di speleologia e che in pochi hanno visto è lì e in tre esemplari. Tutti a turno contempliamo queste meraviglie della natura, animali che si sono talmente adattati alla vita ipogea che riescono a sopravvivere senza nutrirsi per diversi anni, non hanno occhi e sono depigmentati e al posto dei normali sensi hanno complessi meccanismi di recettori chimici e meccanici. Sono il simbolo di quanto la sopravvivenza sia più forte di qualsiasi ostacolo l’ambiente ponga.
Al nostro ritorno troviamo i meravigliosi triestini intenti a preparare una sorta di picnic sulla sabbia, con Lasko, pane ed affettati. Anche qui Guido, Mario fanno da anfitrioni, raccontando aneddoti della loro vita speleologica mentre Antonella distribuisce libagioni continuando a ripetere: “se non si finisce il prosciutto non si ritorna su”. Come si fa a non sentirsi a casa in
quest’atmosfera di accoglienza, condivisione, come si fa a non amare questa gente!
Dopo la grotta ci riuniamo in un agriturismo della zona, dove gustiamo i piatti tipici del carso e continuiamo la chiacchierata iniziata nella profondità del Trebiciano. La sera rimaniamo solo noi eugubini e ne approfittiamo per fare una passeggiata per Trieste e prendere un aperitivo. Poi tutti a nanna, perché domani alcuni di noi dovranno gestire un’emozionante discesa, nella vastità della Grotta Gigante.
Antonella ci apre la porta da cui si accede alla turistica della Grotta Gigante. Entriamo, io, Mirko e Lucia in borghese, gli altri con la tuta e l’attrezzatura speleo. Oggi è in programma una lunga discesa nella Grande Caverna, quasi 90 mt in libera in una sala di dimensioni mastodontiche.
Arriviamo su una balaustra da cui sarà effettuata la calata. Mi affaccio e mi rendo conto che ho fatto bene a rinunciare, considerando che immediatamente mi si stringe lo stomaco: maledetta agorafobia. Maledetta, perché in realtà quel che vedo è splendido. Probabilmente mi sono già trovata in ambienti così grandi, penso a Grotta Impossibile, ma non l’ho mai visti così, completamente illuminati nella loro interezza. Sono triste perché mi sarebbe piaciuto fare questa esperienza, ma allo stesso tempo mi rendo conto che non l’avrei vissuta bene.
Mi allontano dalla balaustra, per abituarmi lentamente a questa grandezza e mi giro verso gli altri. La tensione si taglia con il coltello. Io e Lucia cerchiamo di far distrarre il più possibile i nostri amici mentre Cavia arma le calate, ma alla fine ci rendiamo conto che è meglio desistere ed allontanarsi per assistere a questa impresa da un punto più basso.
Dalle passerelle della turistica vedo scendere prima Arca e Checco, poi Asia e Claudio ed infine Marta e Sara. Quel “che figata” di Sara, che riecheggia e rimbomba nella caverna, mentre la libera si apre su tutta l’ampiezza della sala, suona come un urlo di liberazione e di felicità.
Quando ci penso tuttora sorrido fiera e contenta per l’esperienza che i triestini generosamente gli hanno regalato. Generosità che come in tutti questi giorni non si ferma alle avventure speleologiche, perché dopo la Gigante i nostri ospiti ci offrono un gustoso pranzo in una sede posta di fianco alla grotta.
Facciamo l’aperitivo all’interno della casa, ma poi ci spostiamo su un prato attrezzato con tavoli e sedute in pietra, dove ci aspetta il primo preparato dalla mitica Luciana, dea dei fornelli, signora di ogni prelibatezza, colei che potrebbe stare ore ad elencarvi gli ingredienti e i procedimenti di ogni ricetta (ed io ore ad ascoltarla con l’acquolina in bocca).
Mentre da una parte si consuma il rito dell’ammazza caffè, Antonella si avvicina al tavolo dove sono seduta con Lucia e mi dice che il bello della Boegan che ognuno di loro ha una qualità che porta nel gruppo arricchendolo. Questa è la caratteristica di ogni gruppo speleologico che funziona, penso, ma qui a Trieste questa proprietà è al massimo della sua
espressione. Antonella, Guido, Mario, Luciana, Linus, Cavia e tutti gli altri (perdonatemi con i nomi sono un disastro) ci hanno mostrato una realtà speleologica unica. Una grande famiglia, fatta di preziose singolarità, splendide persone e tanto calore.
Sono grata di essere qui, di aver incrociato la mia strada con loro. Sono grata per l’ospitalità di Antonella, le storie di Mario e le esperienze che tutti loro mi hanno fatto fare. Salutarli sarà difficile, ma è giunto il tempo, bisogna andare.
Grazie amici triestini, spero di rivedervi presto!
Pina






