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La maledizione dello Staffa

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Grotta di Monte Cucco, Costacciaro (PG)

Sembrava una maledizione, o una strana congiura degli eventi, che non si riuscisse mai ad andare al Salone Staffa; eppure non è affatto irraggiungibile, anzi, però rimaneva una delle poche zone della grotta che ancora non avevamo visitato.

Una volta era stato il maltempo, un’altra volta un contrattempo o un impegno improvviso, altre volte c’erano stati cambi di programma o di itinerario, insomma sta il fatto che delle 4 o 5 volte in cui avevamo deciso di visitare quest’area del Monte Cucco avevamo sempre dovuto rinunciare.

Oggi però siamo qui, siamo in quattro: io, Claudio, Valerio e Giorgio, gli unici a rispondere alla convocazione in extremis; abbiamo corde e moschettoni in abbondanza, nulla ci può fermare! Oppure no…

Questo è il dubbio che ci assale dopo aver cercato per un’oretta abbondante strisciando tra cunicoli fangosi per centinaia di metri, eppure era da queste parti l’ingresso, così mi avevano detto.

Labirintica, un pochino snobbata e poco conosciuta questa zona della grotta è meravigliosa: stalattiti, stalagmiti e ogni altra bizzarra forma di concrezione, alcune immacolate, bianchissime e poi gallerie vergini o pochissimo frequentate, cunicoli, strettoie, gallerie tonde bellissime che sembrano continuare all’infinito un intrico di vuoti e pieni che rapisce lo sguardo e confonde la mente. Dietro ogni cunicolo che sembra chiudere una possibile prosecuzione, un buco dove non sembrava e invece si riesce a passare agevolmente.

Abbiamo solo una vaga idea di dove sia l’ingresso, pochi i segni per orientarsi: “di qui ci siamo già passati!” “si si, mi ricordo quella colonna” “là c’è una freccia” “anche qui c’è una freccia”… alla fine è quasi un gioco, ci infiliamo a turno per un paio d’ore scovando nuovi passaggi, nuove combinazioni di cunicoli per arrivare sempre nello stesso punto: “ragazzi qui chiude” “qui continua, si sta in piedi” “cavolo qui non c’è passato mai nessuno ma continua alla grande” “qui c’è una strettoia bestiale, ma poi allarga e c’è un pozzo”.

Infangati fino al midollo decidiamo di perseverare, le proviamo tutte: “finché non si trova la sala non si esce!”. Seguiamo le frecce, seguiamo le tracce più evidenti, seguiamo il fumo della sigaretta di Giorgio, percorriamo gallerie tondissime parallele, saliamo e scendiamo di livello come in un enorme formicaio, alla fine la logica ci porta a ritornare sempre allo stesso bivio, guardiamo meglio, accidenti deve essere qui da qualche parte il passaggio.

Infatti proprio sotto i nostri piedi, nella posizione meno intuitiva, nascosto dietro una tendina di roccia un passaggio che conduce a un livello più basso di gallerie, mi infilo, qui i segni del transito sono evidenti, salgo ancora fino a raggiungere la testa di un pozzetto di 6-7 metri. Una vecchia corda di canapa arrotolata e lasciata lì a marcire mi conferma che ci siamo: “l’ho trovato ragazzi, stavolta sono sicuro”. Gli altri mi seguono riluttanti, anche loro hanno trovato un’altra via, ma verso l’alto, con gallerie enormi che salgono e scendono, insisto e dopo poco arrivano.

Caliamo una corda e scendo, chissà da quanto tempo nessuno viene più in questa parte della grotta, segni di frequentazione molto pochi tanto che fatico a trovare la via principale, altro restringimento, saletta e poi di fronte a me la sala. Il famigerato Salone Staffa, me lo immaginavo diverso, più alto che stretto, invece è largo e basso, sotto detrito di frana, sopra drappeggi e meravigliose candide stalattiti, sembra di essere in un’altra grotta, Monte Cucco non è così pulita di solito.

Scendo disarrampicando, in fondo è scivoloso e la sala è inclinata di circa 45 gradi in discesa, chiamo gli altri che arrivano con il sacco con le corde, meglio essere prudenti, dal rilievo sembra solo una grossa discesa ma meglio mettere giù una corda per aiutarsi, in caso di scivoloni si arriva in fondo.

Finalmente ci siamo dunque, davvero un bel luogo, inusuale all’interno di questa grotta, le concrezioni sono candide, tracce umane poche, solo qualche resto di immondizia degli anni ’70, una specie di mondo perduto dentro la grande grotta.

Arrivati al fondo della sala, presi da una sorta di frenesia esplorativa, cominciamo a infilarci in tutti i cunicoli che vediamo, ci sentiamo quasi come i primi esploratori, ci sono pochissimi segni di passaggio, qualche scritta degli anni ’70 e ’80, per noi è tutto nuovo, tutto da scoprire.

Dietro ogni sasso ci può essere un passaggio per un nuovo meraviglioso mondo, non sappiamo cosa ci aspetta, proviamo a infilarci in vari cunicoli ma proseguiamo solo per pochi metri o incontriamo dei piccoli pozzi, aria niente.

Decidiamo infine di percorrere una galleria riccamente concrezionata quasi alla base della sala, facciamo attenzione a non sporcare, proseguiamo per una cinquantina di metri passando carponi tra le colonne, poi una strettoia, poi un’altra più stretta, riusciamo a passare solo io e Claudio, i più smilzi, altri cinquanta metri in un meandro stretto che a tratti sbuca in delle salette, un ultimo passaggio stretto e quella che sembra la fine della condotta… oppure no.

C’è un  caposaldo del rilievo, leggiamo una scritta CAI PG 1-1-73, in alto alcuni camini che però chiudono, un pozzetto sotto al quale si sente scorrere acqua, uno spit, poco altro, sulla destra un cunicolo strettissimo e lungo qualche metro, oltre l’ignoto, almeno per noi.

Un attimo di esitazione, cavolo quanto è stretto, ma qualcuno ci è già passato, lancio un sasso, rotola in discesa per molto, decido di tentare, forzando passo, oltre riesco e rigirarmi e a guardare in basso, un altro sasso per confermare che non ci sia un pozzo e mi infilo in un meandro scivolosissimo e stretto i discesa… e se poi non riesco a tornare su? Ok provo! Scendo un po’ ma in fondo un buchino delle dimensioni di una mela mi sbarra la strada, ok è finita qui, ci lancio dentro un sasso, continua ancora a rotolare per qualche metro, forse oltre il restringimento è percorribile, bisognerà tornare per indagare meglio.

Torniamo indietro anche per rassicurare gli altri che aspettano oltre la prima strettoia, poi verso il Salone, quante cose ci sono da vedere quaggiù, ci sembra un parco giochi, non vorremmo mai smettere di girare per queste gallerie a noi sconosciute, mangiamo qualcosa e decidiamo di tornare, scattiamo qualche foto, il posto merita, dietro di noi lasciamo tanti punti interrogativi, torneremo.

Risaliamo smontiamo le corde poi ci togliamo qualche altro sfizio, risaliamo su per una candida cascata di concrezioni e arriviamo su un piano parallelo superiore, percorriamo qualche centinaio di metri di gallerie in discesa, tonde bellissime, sentiamo delle voci, sono altri speleologi che passano al Salone Saracco, da questa prospettiva stentavamo a orientarci.

Passiamo a riprendere i sacchi abbandonati lungo il percorso e cominciamo a risalire verso il Baratro. Non sembra ma siamo dentro da qualche ora e non ci siamo fermati mai, la stanchezza un pochino si sente perché abbiamo strisciato e camminato per ore, sopra di noi le luci e le voci dei ragazzi marchigiani e abruzzesi che abbiamo incrociato scendendo che tornano dal Canin.

Li raggiungiamo al Perugia, ci accodiamo e scambiamo quattro chiacchiere, alle 18:30 siamo tutti fuori, infangati e felici, facciamo quattro chiacchiere mentre aspettiamo i ritardatari, il tempo sta cambiando, meglio tornare alle macchine.

Un saluto veloce ai nostri compagni di viaggio, poi la consueta meritata birretta da Walter.

La maledizione dello Staffa è stata spezzata, torneremo presto a fare nuove foto, a strisciare nel fango, a cercare nuovi passaggi, ormai la strada l’abbiamo imparata bene… o forse no!

Mirko

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