11 gennaio 2014
Sala Margherita, Grotta di Monte Cucco, Costacciaro (PG)
Sono anni che entrando dentro al vuoto enorme della sala Margherita mi domando cosa ci sia lassù, vicino al soffitto dove le luci arrivano appena. Guardando in alto si vedono delle grandi nicchie, alcune cieche, altre vagamente illuminabili che sembrano proseguire o per lo meno lasciano perplessi… ma quale folle si arrampicherebbe fin lassù, a trenta quaranta metri sul tetto di questa grande sala solo per togliersi questo sfizio?? Con l’aggravante (data la natura ipogenica della grotta, ricca di camini ciechi) che quella che sembra una prosecuzione sia solo una cupola chiusa?
C’è poi un altro fattore da considerare… in centinaia di anni di esplorazioni, specie gli ultimi 40-50, quante persone saranno passate per questa sala, raggiungibile in 5 minuti dall’ingresso.. possibile che nessuno ci abbia puntato lo sguardo e abbia provato a salirvi??? La risposta, banale ma non scontata è no… nessun segno di risalita, nessun ancoraggio artificiale… eppure salire in certe parti alte della sala sembra abbastanza facile.
Forse è merito dei nuovi sistemi di illuminazione, forse dell’aumentata conoscenza dei fenomeni carsici, o forse del rinnovato spirito esplorativo che ci spinge a cercare anche dove molti hanno già cercato con metodi e occhi nuovi, ma l’idea di andare a vedere lassù non ci sembra poi così malsana.
La convinzione che ci fosse ancora molto da scoprire, anche in posti dove sono transitati migliaia di attenti esploratori del passato, è diventata una certezza quando nel 2010 con il Cens di Costacciaro scoprimmo una condotta meandriforme lunga un centinaio di metri in prossimità del soffitto della sala stessa, che chiamammo Galleria Nascosta. Dopo aver notato una zona scura da una posizione rilevata effettuammo una risalita non complicatissima e raggiungemmo una bellissima e immacolata condotta posta a circa trenta metri dal pavimento della sala Margherita, mai percorsa da essere umano.
Da quella posizione privilegiata si godeva di una vista eccezionale e insolita su quella enorme sala, fino ad allora osservata solo dal basso. Fu allora che vedemmo dall’altra parte, alla stessa quota un buco nero, posto sulla sommità di un terrazzo riccamente concrezionato. L’idea di trovare qualcos’altro sul lato opposto sembrò da subito una certezza, ma sono passati ormai alcuni anni e, tra impegni e vicissitudini varie, avevamo quasi abbandonato l’idea che però continuava a rimbalzarci in testa ogni volta che passavamo di lì.
Ora è giunto il momento di mettere alla prova il mio ginocchio nuovo e provare a salire lassù dove nessuno finora si è spinto. È sabato mattina e siamo in cinque, io, Marco e Giorgio, raggiunti poi in prossimità dell’ingresso da Tommy (perennemente in ritardo) e da suo padre Americo, carico di attrezzi e ferraglia. Tempo meraviglioso, cielo limpido increspato da nuvole leggere e sottili, all’orizzonte le cime innevate dei Monti Sibillini e le pianure inondate di nebbia.
Entriamo, in questi enormi oscuri vuoti mi sento a casa, come se fossi tornato dopo un lungo viaggio. Giunti ai piedi della grande colata calcitica che dobbiamo risalire cominciamo a preparare l’attrezzatura… sale Americo (che ad arrampicare è più forte di tutti noi messi insieme) e quella che dal basso sembrava una via complessa si rivela per lui un gioco da ragazzi, si prepara, si assicura alla corda in un battibaleno è già sopra un terrazzino a 8-9 metri di altezza.
Non ci sono segni del passaggio dell’uomo, nessun segno di risalita, spit, impronte… bene, siamo i primi a esplorare questa porzione di roccia. Sale anche Marco e insieme allestiscono una sosta, un punto di ancoraggio da cui ripartire per proseguire la risalita. Tommaso intanto scatta qualche foto alla luce della sua nuova scintillante Scurion che illumina a giorno l’antro.
Si riparte, lo stillicidio è forte e, superata qualche difficoltà iniziale, Americo sale veloce fino ad una nicchia a circa venti metri di altezza dove allestisce un’ulteriore sosta calando una corda per far salire gli altri. C’è una bella condotta immacolata che prosegue per almeno 7-8 metri, anche se stretta, lui è bagnato e un po’ infreddolito e decide di scendere..
Sale Marco, poi Tommy, sento le voci affievolirsi poi vedo sparire le luci dentro la galleria, alcuni minuti di trepidante attesa, poi le vedo tornare lentamente. La galleria è prima stretta, poi allarga un pochino per poi chiudere inesorabilmente dopo qualche metro ma sembra sia riccamente concrezionata, c’è anche aria e delle bellissime eccentriche.
Sistemano l’armo di partenza e poi scendono a raccontarci; non sembra ci siano speranze di proseguire, ma siamo solo a due terzi della risalita, altri 10 metri e arriveremo al famigerato terrazzo dove un’ombra scura sembra nascondere qualche altra meraviglia. Proseguire sembra facile a detta di Americo, ma si è fatto tardi e forse è il caso di soprassedere.
Lasciamo su la corda… torneremo il prima possibile, la curiosità a questo punto è troppo forte e siamo a un passo dall’arrivare dove speravamo. Forse non c’è nulla lassù oltre il buio, forse solo un grande terrazzo sospeso a trenta metri di altezza… ma sapere che non c’è salito mai nessuno…
18 gennaio 2014
Secondo Round, torniamo alla carica, agguerriti e armati di tutto punto, stavolta siamo più numerosi, ma a salire saremo solo in due io e Marco, gli altri gironzoleranno per il Ventre del Monte Cucco.
Si sale, veloci anche se stracarichi, meteo discreto, vento forte da ovest, in men che non si dica siamo all’ingresso e un attimo dopo siamo già ai piedi dell’enorme colata calcitica, siamo impazienti, il tempo di mettersi addosso l’attrezzatura e cominciamo a salire mentre le lucine degli altri spariscono nella grande sala.
Arrivati al punto in cui ricominciare l’arrampicata prepariamo tutta l’attrezzatura e iniziamo, c’è un po’ di stillicidio, un po’ tanto, infatti chi fa sicura contemporaneamente fa anche una bella doccia gelata. Pronti, via, la partenza è tosta, ma alcuni metri sopra sembra migliorare, sale Marco, io gli faccio sicura, si arrampica per alcuni metri, poi ci diamo il cambio. Faccio qualche prova per vedere se il ginocchio tiene… ok tiene!!! Si sale un po’ in verticale in artificiale, la parete è liscia, poi degli ancoraggi naturali mi permettono di spostarmi sulla destra con un traverso, un altro piccolo sforzo e riesco a salire a fatica su un meraviglioso terrazzino naturale a picco sulla sala da cui si gode di una vista incredibile.
A dire il vero sono stanco e forse un pochino fuori allenamento, sopra di me una facile arrampicata conduce all’apice di questa meravigliosa, enorme colata di calcite alla fine della quale l’ignoto. La tentazione di continuare a salire è tanta, ma si è fatto tardi, Tommy ed Elisa già ci aspettano giù, gli altri di lì a poco arriveranno, inoltre ho poco materiale per armare, sono stanchino e Marco là sotto, fradicio, sta cominciando a sentire freddo… insomma tutto sembra dirci, per oggi ragazzi basta, sarà per la prossima.
Un paio di nodi intorno a due tozze stalagmiti, un cordino intorno a una clessidra e la discesa è pronta, poi scendendo riesco, con qualche peripezia a disarmare la risalita, molto disassata facendo dei bei pendoli…
C’è da allestire un frazionamento ancora e poi siamo pronti a scendere, in fondo ci aspettano già tutti gli altri; facciamo un giretto ancora arrampicando su e giù per “brozzolose” pareti della sala cercando un punto elevato dal quale controllare, con una luce potente, la strada da percorrere la volta successiva; poi ci incamminiamo verso l’ingresso, fuori l’aria è gradevole e le luci delle città e dei paesini a cavallo dell’Appennino brillano all’orizzonte sotto una luna argentata.
Il tempo di una foto e giù per il sentiero, poi le solite cose: ci si cambia al vento e al gelo, la discesa in macchina per i tornanti, pizzetta, risate, birra, letto…
01 febbraio 2014
Sciolta la neve si riaccendono le nostre speranze di riuscire a concludere questa benedetta risalita. Stavolta siamo io, Marco, Lara, Mauro e Tommaso, ce la siamo presa un sacco comoda e a mezzogiorno, dopo una colazione che è un pranzo di matrimonio, non siamo ancora entrati. Fuori un sole insperato riscalda l’aria mentre all’orizzonte si addensano nubi minacciose; carichi come dei muli saliamo, oggi è più faticoso del solito, siamo tutti spompati, ma il fiato per sparare cazzate a ripetizione e ridere come degli imbecilli non ci manca.
La neve dei giorni passati è solo un lontano ricordo e la poca ancora presente è acquosa e scivolosa; ci cambiamo ed entriamo a malincuore nelle scure viscere della terra lasciando alle nostre spalle il sole e la candida distesa di nubi che riempie le valli ai nostri piedi.
Eccoci qua, arrivati alle corde che salgono al bordo della grande sala, il buio ci attende, saliamo io e Mauro, Tommaso, Lara e Marco girovagano tra cunicoli e condotte facendo foto e cercando firme importanti di nostri illustri predecessori da documentare. Mentre saliamo vediamo le luci allontanarsi e diventare sempre più piccole, arriviamo al terrazzino sospeso a metà parete, allestiamo una sosta, sistemiamo l’armo e si parte, arrampica Mauro, io gli faccio sicura, si sale abbastanza agevolmente su una sorta di scalinata di candide concrezioni, arrivato su un pianoro Mauro allestisce una calata e salgo anche io.
Qualche minuto per prendere fiato e si riparte. Siamo sul tetto dell’enorme sala Margherita, arrivati a questo punto dovremmo essere giunti nel terrazzo che si intravedeva, ma le cose non sono mai come appaiono dal basso e ora che siamo qui vediamo solo un nero camino salire altri venti metri.
Si continua, raccogliamo tutto il materiale e le forze e Mauro continua ad arrampicare sotto un costante, incessante fastidioso stillicidio che bagna lui e me fino al midollo; sale, sale ancora sfruttando i buoni appigli naturali, di tanto in tanto posiziona degli ancoraggi di sicurezza, un altro bel gradino non semplice da superare ed è quasi in cima, altro terrazzo altra sosta.
Lo raggiungo arrampicando fino a una bella cengia rocciosa mentre gli altri da sotto ci scattano qualche foto; ormai siamo solo puntini a circa sessanta metri sopra e oltre il tetto del grande salone. Raggiunto Mauro valutiamo se vale la pena continuare a salire, il camino chiude circa dieci metri sopra le nostre teste, mentre un altro sale ancor di più, cerchiamo intorno, possibilità di prosecuzione praticamente nulle, facciamo un piccolo traverso per affacciarci su una possibile finestra ma niente, i pochi pertugi sono tutti sigillati da meravigliose concrezioni.
Restiamo un attimo in estatica contemplazione della maestosa opera della natura, quassù è tutto candido e immacolato, vergine, primordiale, ci sentiamo un po’ come i pionieri che per primi visitarono questi vuoti e ne rimasero incantati. Cominciamo a essere bagnati fradici, sotto di noi passano lontane lucine di moderni esploratori che tornano dalle nuove regioni del massiccio, nessuna traccia dei nostri compagni di avventura, aspettiamo ancora per sentire se vogliono salire fin quassù anche loro, sistemiamo le corde fisse e cominciamo a scendere…
Quando siamo circa a metà della discesa da lontano sentiamo arrivare i nostri fragorosi amici che stanno facendo comunella con dei ragazzi di Perugia appena tornati dal Saracco, ci comunicano che non vogliono salire, così mentre Mauro scende io risalgo per disarmare. L’operazione richiede un po’ di tempo e qualche sforzo supplementare, scendo in corda doppia cercando di non lasciarmi dietro del materiale (visto che siamo saliti limitando al minimo l’uso di ancoraggi artificiali), con tre salti sono giù. Sistemiamo il materiale intriso d’acqua dentro i sacchi che ora pesano come macigni e ci avviamo verso l’uscita.
L’idea e la speranza di trovare qualcosa di nuovo ha animato i nostri pensieri e alimentato i nostri sogni per qualche settimana (e prima ancora per qualche anno), ora la delusione per non aver trovato nulla lassù dovrebbe essere cocente, ma strano a dirsi è compensata dalla soddisfazione di aver fatto qualcosa di nuovo ed inedito, di esserci tolti un bel dubbio che avevamo in testa da anni e di aver vissuto una bella avventura… e poi che ci crediate o no la vista che si godeva da quel palcoscenico privilegiato ci ha ripagato di ogni goccia di sudore versato.
Mentre torniamo alle macchine, fradici, con il vento che ci schiaffeggia e la nebbia che si sta alzando ci domandiamo come sempre “chi ce lo fa fare”, la solita domanda retorica a cui nessuno sa dare una risposta.
Tutti a casa mia, accendiamo la stufa, beviamo un bel tè caldo, riguardiamo le foto della giornata, mangiamo qualcosa e poi a letto…
Domani naturalmente si va in grotta!!
Mirko
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